Per finanza e mafia il Covid è una manna

Chi pensava che qualcosa sarebbe cambiato con la pandemia si sbagliava. Ad esempio, i processi di finanziarizzazione – ovvero la tendenza delle imprese a perseguire strategie di accumulazione finanziaria, o comunque a ottenere la massimizzazione del rendimento del capitale per gli investitori nel breve termine – continuano e, anzi, si ampliano con il risultato di arricchire sempre di più le élite finanziarie e manageriali, con un contemporaneo, ulteriore declino dei salari.

Come è possibile che ciò accada in un periodo di crisi diffusa che ha colpito in pratica tutti i settori economici? Semplice e drammatico allo stesso tempo. Chi opera in questo modo è completamente scollegato dalla cosiddetta economia reale. Gioca – è il caso di dirlo – sul trading di titoli, valute e altro. Da tempo ormai gran parte della finanza ha completamente perso di vista il proprio scopo sociale e da strumento in grado di potenziare le attività produttive è diventata fine a se stessa, con l’unico obiettivo di aumentare le ricchezze nel più breve tempo possibile, sfruttando ogni opportunità che le si presenti, anche in situazioni drammatiche come le attuali.

La differenza tra questo comportamento e certe operazioni che vengono svolte da ambienti mafiosi alla fine è minima. Anche le mafie, con strumenti spesso meno raffinati, stanno approfittando della crisi pandemica per movimentare e incrementare il proprio denaro più velocemente possibile (usura, acquisto a basso costo di imprese in crisi, ecc.). Questo anche perché i controlli in queste condizioni si riducono: quando in giro c’è scarsa liquidità e i consumi entrano in crisi, quel che conta, nella nostra società, è il denaro, senza stare a verificare quale origine abbia.

Il fenomeno della finanziarizzazione ha provocato quello che il collettivo “Foundational Economy” chiama “disconnessione” dell’economia fondamentale. Con il termine “economia fondamentale” si intende l’ insieme delle attività economiche, spesso date per scontate, che invece costituiscono l’infrastruttura economica della riproduzione sociale: la produzione e distribuzione degli alimenti, la distribuzione dell’acqua, dell’energia elettrica e del gas, l’istruzione, la sanità (!!!), i servizi di cura, i trasporti, il trattamento dei rifiuti, ecc.

Margaret Kohn

Questa disconnessione, come riportato nella tabella sopra, incide profondamente nella qualità della vita delle persone e nella coesione sociale. Come porvi rimedio? Qualcuno sostiene, come Margaret Kohn, Università di Toronto, nel suo libro “Critique of Possessive Individualism: Solidarism and the City”, 2016, che occorre riportare alla luce la tradizione solidarista.

Ma i solidaristi chi sono?

I solidaristi – movimento nato in Francia verso l’inizio del secolo scorso – svilupparono una teoria che si basa sull’affermazione che la moderna divisione del lavoro crea un prodotto sociale che non appartiene naturalmente agli individui che lo controllano come loro proprietà privata; la proprietà, quindi, dovrebbe essere concepita come “ricchezza comune”, suddivisa in quote individuali e pubbliche.

Quando i ricchi si appropriano di una quota sproporzionata, hanno un debito quasi contrattuale con la società che sono obbligati a ripagare. I concetti di debito sociale, ricchezza comune, riparazioni e rendita (“incremento non guadagnato”) hanno svolto in passato un ruolo importante nel legittimare le politiche egualitarie, ma oggi sono stati ampiamente dimenticati.

Quindi, è più che necessario ritornare a queste idee e cercare di concepire l’economia fondamentale come un patrimonio comune indispensabile alla riproduzione di benessere condiviso, e ripartire da qui per ripensare la regolazione e l’architettura istituzionale.

Per approfondire, suggeriamo il libro “Economia fondamentale. L’infrastruttura della vita quotidiana”,  realizzato dal Collettivo per l’economia fondamentale, Einaudi editore, 2019, €17,50.

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