Dalla compassione al riconoscimento dell’ingiustizia

Didier Fassin

L’aspetto esclusivamente chimico/biologico che abbiamo visto nel precedente articolo, non basta per valutare un essere umano. Ci sono altre componenti che non vanno trascurate ma di cui spesso non teniamo conto.

Didier Fassin, sociologo, si pone la stessa domanda nel libro “Le vite ineguali. Quanto vale un essere umano” (Feltrinelli, 2019) e svolge riflessioni molto diverse, arrivando alla constatazione che non tutte le vite hanno lo stesso valore. Alcune non valgono praticamente nulla.

Riportiamo qualche passo dal libro:

Nell’esplorazione della vita come fenomeno biologico, osserviamo che il passaggio dal congetturale allo sperimentale, dal macroscopico al microscopico e dai corpi alle molecole ha progressivamente ristretto la comprensione della vita alla sua unità materiale più essenziale – un assemblaggio di atomi – estendendola spettacolarmente nello spazio e nel tempo: l’essere umano vi si dissolve infatti in una rete spazio-temporale di componenti molecolari degli esseri viventi apparse vari miliardi di anni fa e forse presenti anche in altre parti dell’universo. Per quanto riguarda la vita come biografia, la storia è ben diversa, più sparsa, meno cumulativa”.

Mi chiedo piuttosto quale valore attribuiamo alla vita umana come nozione astratta. E quale valutazione facciamo delle vite umane come realtà concrete. Qualunque differenza e, a maggior ragione, qualunque contraddizione fra la valutazione della vita in generale e la svalutazione di certe vite in particolare diventano significative rispetto alle tensioni delle economie morali della vita nelle società contemporanee.

La vita dei “senza” e la vita dei “con”

La vita dei “senza” – che siano persone senza permesso di soggiorno, senza domicilio, senza cittadinanza, senza una terra, senza diritti – la possiamo comprendere solamente in relazione alla vita dei “con”, per così dire, ovvero coloro che beneficiano di queste cose generalmente date per scontate, in una relazione mediata dall’insieme delle istituzioni che contribuiscono a legittimare e mantenere tali disuguaglianze. Non possiamo più accontentarci di un’occhiata veloce alle parti inferiori della scala sociale, né possiamo essere soddisfatti di un approccio che vede la società come un tutto omogeneo. Considerare la vita nella prospettiva della disuguaglianza offre allora una nuova intelligibilità del mondo sociale, ma anche nuove possibilità d’intervento. Permette infatti di passare dall’espressione di compassione al riconoscimento dell’ingiustizia”.

La compassione attiva tutte quelle iniziative, positive e benemerite, di volontariato e solidarietà ma alla fine non cambia lo stato delle cose, anzi lo perpetua. Il riconoscimento dell’ingiustizia, al contrario, può spingere la società a trovare soluzioni concrete e durature per eliminare o, quanto meno, ridurre all’origine gli aspetti più evidenti e dolorosi del fenomeno.

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