Democrazia, politica, volontariato

“Utopia”, street art di Blu

La nostra democrazia si regge su alcuni pilastri che la rendono uno strumento sempre più lontano dalla vita reale, in certi casi addirittura estraneo ad essa.

Il voto, chiesto spesso a gran voce, è uno di questi ma diventa un aspetto che ha una valenza più che altro formale (quasi simbolica), a causa della mancanza di una reale rappresentatività. Tanto che ci si chiede se il parlamento possa dirsi davvero espressione della volontà popolare.

La politica è vista come un insieme di meccanismi rituali, gestiti da personaggi che, una volta eletti, con le debite eccezioni, rispondono principalmente alle esigenze individualistiche propagandate dalla nostra società (un po’ come i vincitori di certi talent show). Scrive Alberto Mario Banti nel suo bel libro “La democrazia dei followers”, I Robinson/Letture, edizioni Laterza:

Il culto della performance e del successo individuale è diventato la proiezione concreta della brutale affermazione della Thatcher secondo cui «la società non esiste». Non è che non esista: non deve esistere. O meglio, non deve esistere la socialità, la cooperazione, l’identità collettiva. Esistono individui singoli. E sono o pedine in una scacchiera, anonime, sacrificabili; o individui di successo, sotto la luce dei riflettori, con nome, cognome, un volto e una claque.

In questo modo, gli eletti perdono di vista gli obiettivi principali che dovrebbero essere il miglioramento della qualità della vita dei cittadini, le istanze sociali, la giustizia, l’uguaglianza, ecc.

Se non la critica e il mugugno, cosa resta ai cittadini? Che contributo possono dare al miglioramento della società, visto che la partecipazione politica, tranne qualche eccezione, non si traduce in una assunzione di responsabilità del proprio ruolo pubblico ma nella conquista di un traguardo e nella abilità di gestire il proprio potere, per quanto minimo?

Volontariato, succedaneo della partecipazione politica?

Il bisogno di partecipazione, che negli italiani è molto alto, si riversa allora soprattutto nel volontariato, che è una azione altamente meritoria ma che, tranne qualche lodevole eccezione, viene considerata sotto due aspetti entrambi deleteri:

  • forma di ripiego a una partecipazione politica/sociale mancata o, peggio
  • sistema per liberare la propria cattiva coscienza, aiutando i meno fortunati ma lasciando che le cose restino come sono.

Il passaggio dalla semplice esigenza di compassione al bisogno di intervenire sulle ingiustizie non viene mai compiuto.

A parte la critica e il mugugno (che trovano i loro sfoghi velleitari sui vari social), i cittadini, anche quelli più giovani che ne avrebbero tutti i diritti, non protestano. Ancora dal bel libro di Alberto Mario Banti:

Quello che invece mi colpisce veramente è la mancanza di reazioni a un livello grassroots, di base, per così dire. Questa la trovo, da storico, veramente una cosa quasi unica. In altre parole, credo che il nostro periodo, la fase che stiamo vivendo nell’Occidente, sia uno dei rari momenti nella storia in cui, pur essendoci un aumento evidente delle disuguaglianze, non ci sono reazioni apprezzabili da parte delle opinioni pubbliche; in cui, cioè, non ci sono persone che scendono in piazza per protestare.

Questa pace sociale è coerente con una narrazione dominante, introiettata da tutti i più importanti opinion makers, basata sul culto della dea TINA («There Is No Alternative»): il culto impone l’introiezione dell’idea secondo la quale «non si può fare che così», cioè non si può che accettare il dogma neoliberista.

E non ci si rende conto che le politiche neoliberiste e il crescente grado di disuguaglianze sono in rapporto causale tra loro.

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