Digitalizzazione: non rinunciamo ad essere cittadini responsabili

Mi sembra opportuno e interessante riportare uno scambio di opinioni tra il sottoscritto e il filosofo Francesco Varanini su alcuni temi legati al suo ultimo libro “Le Cinque Leggi bronzee dell’era digitale e perché trasgredirle”, che invitiamo a leggere.

Caro Franco,
Vorrei soffermarmi su un punto che mi sta a cuore. Tu sostieni che i tecnici informatici non devono rivestire solo il ruolo di tecnici ma ricordarsi anche di essere cittadini, quindi responsabili, visto che loro possiedono i codici che non sono conosciuti alla massa delle persone che, quindi, rischiano di diventare sudditi.
In realtà, questo meccanismo si ripete continuamente nelle aziende di qualsiasi tipo, anche non informatico, quando chi vi lavora pur sapendo che lui stesso o il suo superiore sta comportandosi in modo non corretto, non etico, anche se approvato o favorito dai responsabili dell’azienda, non interviene per segnalare o denunciare la cosa. C’è una sorta di schizofrenia tra lavoratore e cittadino.
Queste persone oltre che lavoratori sono prima di tutto cittadini ma intervengono raramente per non perdere il posto di lavoro, per non danneggiare l’azienda con tutte le conseguenze relative, ecc. E ciò anche se esiste una legge (la famosa whistleblowing. Io ci ho scritto un articolo che ti segnalo) che dovrebbe tutelarli. E abbiamo visto come certe aziende sono fallite proprio perché i loro dipendenti o responsabili hanno chiuso un occhio sulle irregolarità che vedevano all’interno delle loro aziende.
Il problema, quindi, non è solo nelle aziende informatiche. E’ una questione che riguarda il sistema economico in generale, la struttura delle imprese, la gerarchia, la burocrazia, la mancanza di democrazia al loro interno. Tu che ne pensi?

Risposta di Francesco Varanini

Caro Ugo,
Grazie per la tua attenzione e sostegno al lavoro che cerco di fare.
Hai del tutto ragione: “E’ una questione che riguarda il sistema economico in generale, la struttura delle imprese, la gerarchia, la burocrazia, la mancanza di democrazia al loro interno“. Condivido pienamente quello che hai scritto nel tuo articolo. (Posso dirti che so per esperienza personale di casi come questo: in una grande azienda quotata in borsa un dirigente viene licenziato per motivi di indegnità morale, tra l’altro specificamente per vessazione e ‘spionaggio’ a danno di un altro dirigente (una donna). Ora, il dirigente giustamente licenziato era il responsabile del processo interno di  whistleblowing!

A commento di quello che dici, posso solo ricordare che c’è un legame circolare, o meglio un ‘doppio legame’, tra questo discorso generale e il ragionamento più strettamente relativo alle tecnologie digitali.

La situazione generale che vede dominio di élite e la tendenza a non assumersi responsabilità da parte di cittadini porta a sviluppare tecnologie coerenti con questa situazione generale; poi le tecnologie quando esistono rinforzano e rendono più grave la situazione generale.

Se non ci fosse una tendenza complessiva alla società della sorveglianza, non avremmo la tecnologia che rende di fatto possibile e così grave la società della sorveglianza. Tramite la tecnica, frutto di un’epoca storica, si consolida così la società della sorveglianza, o forse potremmo dire il ‘dispositivo’ con cui abbiamo oggi a che fare.

Scrivo ‘dispositivo’ ricordando quando in un nostro scambio precedente mi ricordavi di Foucault e Derrida. Posso aggiungere che credo che né Foucault né Derrida, pur nella loro geniale visione del presente, non sapendo abbastanza di tecnologia, non erano in grado di vedere l’entità del pericolo.

Tornando all’inizio, al tuo ragionamento, direi che nel tentativo di cambiare politicamente le cose non possiamo affidarci alle élite che in azienda sono manager formati a certe scuole, attenti in fondo solo agli interessi degli shareholder, non possiamo fidarci di loro, perciò la via per quanto stretta e difficile credo sia, nonostante tutto, puntare sulla presa di coscienza dei cittadini, e anche dei lavoratori di una azienda.

C’è un riferimento implicito sia a Deleuze che a Foucault, alla ‘biopolitica’, ai dispositivi. L’ultima versione del capitalismo, mi pare, è questa rete di ‘norme’, ‘leggi’ formalmente o informalmente imposte al cittadino… anche il non detto, è in qualche modo scritto nel codice digitale, imposto tramite macchine Non cito esplicitamente né Deleuze né Foucault… non so dirti di preciso perché, non è capitato, del resto non cito esplicitamente neanche Zuboff. L’autore conosce i suoi debiti, ma non ritengo conveniente riempire il libro di citazioni autorevoli. Sono in debito come chiunque che scrive ma mi assumo la responsabilità di quello che scrivo.  Dunque non sottovalutare le tue ‘forze filosofiche’! Sul capitalismo, vedo il paradosso soprattutto in questo: la manifestazione piú piena di questo capitalismo tecnocratico è la Cina ‘Popolare’. La libertà di arricchirsi è una perversione della libertà. La sorveglianza… ben prima di Zuboff (che comunque guarda soprattutto agli Stati Uniti, non alla Cina) ne parlavano Deleuze e Foucault.

Francesco


Naturalmente, oltre a suggerire la lettura del libro di Francesco Varanini, potrebbe essere utile anche quello di Shoshana Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza. Il futuro dell’umanità nell’era dei nuovi poteri.

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