Gli italiani, lavoratori troppo istruiti?

Sarebbero oltre 5,8 milioni gli occupati nel nostro paese che hanno un’istruzione superiore a quella richiesta dal lavoro che svolgono. La statistica realizzata dall’Ufficio Studi della CGIA di Mestre a prima vista contrasta con due fatti incontrovertibili e cioè che la popolazione di lavoratori italiani sia la meno scolarizzata in Europa e che gli imprenditori facciano fatica a trovare collaboratori qualificati, in particolare per quanto riguarda le professioni tecniche.

Come spiegare allora il fatto che un lavoratore su quattro svolga mansioni al di sotto del proprio livello di istruzione?

Non si tratta soltanto del fatto che un laureato è costretto a svolgere temporaneamente dei lavori in attesa di trovare quello che sia adeguato alle sue conoscenze. La cronicizzazione del fenomeno del parcheggio dei laureati in cerca di una occupazione adeguata ha un suo peso specifico, visto che all’orizzonte ci sono alternative piuttosto ridotte, ma il fenomeno sembra sia decisamente generalizzato e ha altre motivazioni.

Non va dimenticato ad esempio che negli ultimi anni una larga fetta di lavoratori giovani più istruiti, anche se con minori esperienze professionali alle spalle, ha sostituito altrettanti over 60 con livello di istruzione più basso.

Come valutare, allora, questo fenomeno?

Se non abbiamo un mondo del lavoro abbastanza competitivo (lavoratori troppo istruiti o troppo poco specializzati) la colpa di chi è? Facile rispondere che la scuola ha le sue responsabilità. E’ vero, ce le ha. Ma guardiamo anche all’altra faccia della medaglia.

Le aziende che si trovano a gestire persone che hanno un’istruzione superiore e che potrebbero essere meglio impiegate nella loro attività, valorizzandone le rispettive skills, perché non lo fanno? Perché continuano a impiegarle in mansioni al di sotto delle loro potenzialità, creando lavoratori delusi, frustrati, demotivati, scoraggiati, pericolosi addirittura, a lungo andare, per il buon andamento dell’azienda?

Perché c’è poco spazio per questi elementi che potrebbero essere molto preziosi?

La risposta è ovvia: manca la volontà da parte dei datori di lavoro di innovare, di utilizzare attivamente le risorse umane di cui dispongono. Per paura che apportino cambiamenti imprevisti, soprattutto considerando che nel nostro Paese prevalgono aziende di piccole e medio-piccole dimensioni che non fanno dell’innovazione la loro priorità. Un dato: solo il 26% delle PMI italiane dimostra di avere una maturità digitale adeguata per competere sui mercati internazionali. (Dati dell’Osservatorio del Politecnico di Milano)

Inoltre, la formazione continua in questi ambiti spesso non è riconosciuta come elemento strategico per crescere. Oltretutto, da parte degli imprenditori c’è una visione più attenta al breve che al medio-lungo termine, manca la capacità di rimettersi in gioco, di rimodellare le proprie strategie alla luce delle situazioni di mercato e delle crisi, non solo sanitarie, con le quali è necessario confrontarsi quotidianamente.

Un dato drammatico: il 61% dei piccoli imprenditori non avrebbe mai nemmeno sentito parlare di Internet of Things per l’industria 4.0! (Dati sempre dell’Osservatorio del Politecnico).

Quando si comincerà a capire che per migliorare le performance delle aziende in relazione all’evoluzione del mercato si deve intervenire, piuttosto che solo sui processi organizzativi, sulle persone, e soprattutto su quelle di cui già si dispone, cercando di valorizzarne talenti e aspirazioni, altrimenti destinati a rimanere inutilizzati?

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