Scambio di opinioni sulla concorrenza atomistica con il prof. Paolo Legrenzi

Ci sembra corretto e onesto rendere partecipi coloro che seguono il blog anche degli scambi “privati” di opinione che abbiamo con i nostri corrispondenti. Abbiamo avuto uno scambio di pareri con Paolo Legrenzi, Professore emerito di psicologia dell’Università Ca’ Foscari – Venezia e Presidente del comitato scientifico di X-ITE, centro di ricerca LUISS.

Ronald Coase

Il prof. Legrenzi in un suo articolo su “Il Sole 24 Ore” del 22 novembre 2020 aveva citato una lettera del Nobel Ronald Coase nella quale tra l’altro affermava: “Se ci fosse concorrenza atomistica, se ogni transazione che implica l’uso del lavoro altrui, di materiale, o di denaro fosse oggetto di una transazione di mercato, non ci sarebbe bisogno di alcuna organizzazione- Ma nei fatti non è così. Pensa al disagio (cioè al maggior costo) se in ogni circostanza in cui qualcuno lavorasse con qualcun altro ci dovesse essere una transazione di mercato”.

Abbiamo cercato di mettere in discussione le sue affermazioni, chiedendoci: Ma davvero il “disagio” inerente alle transazioni di mercato è incorporato nel cervello umano? Credo che una buona critica a questa idea, che prende spunto dagli studi del Premio Nobel Ronald Coase sulla concorrenza atomistica, la offra un recente lavoro di Branko Milanovic nel suo libro “Capitalismo contro Capitalismo”.

L’autore sostiene che non è vero che se ci fosse concorrenza atomistica, cioè  se ogni transazione che implica l’uso del lavoro altrui, di materiale o di denaro, fosse oggetto di una transazione di mercato, ciò provocherebbe disagio (cioè maggior costo). Al contrario.

Paolo Legrenzi

Il prof Legrenzi risponde: “In certa misura è vero e la pandemia con il lavoro da remoto lo ha dimostrato: è stato più facile del previsto. Ma credo che ci sia un limite invalicabile”.

Ecco cosa sostiene, tra l’altro, Milanovic: “Il successo conclamato del capitalismo è sancito dal fatto di aver trasformato la natura umana facendo sì che tutti siano diventati eccellenti calcolatori di dolore e di piacere, di guadagno e di perdita, a tal punto che se anche la produzione industriale capitalistica dovesse scomparire, continueremmo a venderci i servizi l’un l’altro, diventando noi stessi, alla fine, delle aziende. Immaginiamo un’economia (simile esternamente a una molto primitiva) in cui tutta la produzione fosse condotta in casa o in seno alla famiglia estesa. Sembrerebbe un modello perfetto di un’economia autarchica non di mercato. Ma se avessimo un’economia di questo tipo oggi, sarebbe capitalista a pieno titolo perché venderemmo tutti questi beni e servizi gli uni agli altri”.

Branko Milanovic

E in un altro punto: “Non è vero che la mercificazione ci è stata imposta dalle aziende che vogliono trovare nuove fonti di profitto. La verità è che partecipiamo volentieri, con ardore persino, alla mercificazione perché, attraverso la lunga socializzazione nel capitalismo, le persone sono diventate macchine calcolatrici in chiave capitalistica. Ognuno di noi è diventato un piccolo centro di produzione capitalistica, che assegna prezzi impliciti al proprio tempo, alle emozioni e alle relazioni familiari”.

Per quanto riguarda la necessità di educare i giovani alle migliori competenze, non solo quelle tecniche specifiche di un’area aziendale, ma soprattutto quelle trasversali, credo  che, affinando tali competenze, si raggiungerebbe l’obiettivo non tanto di ridurre i costi di transazione, che purtroppo abbiamo già ampiamente introiettato, quando di renderli più abili in questa attività.

E’ vero che l’idea di capitalismo applicata alla persona era antitetica a concezioni plurisecolari in materia di sacrificio, ospitalità, simpatia, amicizia, legami familiari e così via. Non è stato facile accettare apertamente che tutte queste norme venissero soppiantate dall’interesse personale ma forse siamo sulla buona strada…

Daniel Markovits

Esemplare a questo proposito il discorso di Daniel Markovits, professore di diritto della Yale Law School, del 2015 ai laureandi: «I vostri talenti, la vostra formazione e le vostre capacità – le vostre stesse persone – costituiscono oggi il vostro più grande patrimonio, la fonte preponderante della vostra ricchezza e del vostro status […]. Avete dovuto agire come asset-manager di un portafoglio che contiene voi stessi».

A questo punto, il prof Legrenzi ha chiosato: “Questa osservazione è perfetta, credo non solo che le cose stiano così oggi, ma che ci sarà un forte incremento in questa direzione. Le disuguaglianze saranno sempre più di tale tipo”.

E’ un bene?

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