Anziani: la solitudine si vince continuando ad essere utili agli altri

Nel febbraio scorso abbiamo pubblicato su CapoVerso una recensione relativa al libro di Giambattista RosaActive Ageing in azienda” edito da Franco Angeli. Una nostra lettrice, Romana Mancini, Tecnologa Istat ed ex Giudice Tributario, non ha condiviso la recensione del libro e ci ha inviato una mail che pubblichiamo qui di seguito integralmente.

L’idea di fondo (del libro) è che le persone anziane possono lavorare, apportando in questo modo un contributo alla società.
Quest’idea che è di origine americana ed è rimbalzata in tutto il mondo deve, a mio avviso essere contrastata, poiché, è una delle tante espressioni del liberismo, che ha causato i danni che conosciamo tutti.
Ogni posto occupato da una persona non più giovane è un lavoro che si sottrae alla miriade di giovani che non riescono a costruirsi un futuro, ma non solamente, impedisce, anche, uno sviluppo armonioso dell’economia, in particolare, dei consumi interni che in Italia ristagnano da decenni.
Mi sono molto stupita della recensione fatta dalla Vs. associazione, che pure apprezzo per ottimi interventi che ho seguito per decenni.
Nella ripartenza dobbiamo agire per consentire a tutti, giovani ed anziani di avere ciò che spetta loro; lavoro e pensioni.
Sono stata molte volte negli USA e mi creda è terribilmente deprimente vedere persone molto anziane che ancora lavorano, in Europa il welfare ha consentito a milioni di persone una vita molto più dignitosa”.

Non abbiamo nulla da aggiungere al commento della dottoressa Mancini.

Anche noi non condividiamo una certa ideologia, piuttosto diffusa, che ritiene che l’uomo debba essere messo al servizio dell’economia, anziché il contrario, in nome dell’efficienza della produttività o del risparmio. In questa visione, anche la salute, come ci accorgiamo in questi periodi di pandemia attraverso certe scelte politiche, non viene prima di tutto.

Si dice che l’Italia è un Paese di “vecchi” e quasi sembra che ce ne dobbiamo vergognare. Non è così. La longevità è segno di civiltà perché se la vita si allunga significa che il welfare (come sostiene la dottoressa Mancini) sta funzionando, che si è raggiunto un certo benessere sanitario, ecc.

Io, che sono in pensione da più di quindici anni, in questo senso mi sento un privilegiato. Non lo nego. Però, credo che gli anziani (ho 72 anni) possano comunque ancora continuare a dare un loro contributo di esperienze, proposte, sollecitando confronti di idee e, perché no, lavorando se lo vogliono, in modo volontaristico, senza percepire compensi (hanno già una pensione) per non togliere lavoro ai giovani, ma anche per continuare a sentirsi vivi.

Oggi molti anziani, essendo venuto meno il rispetto che in passato si aveva nei loro confronti, si portano dietro di loro dei vissuti di inutilità, vuoto, mancanza di prospettive, obiettivi e interessi. Io ritengo che l’anziano debba ritornare ad avere un ruolo sociale significativo e acquisire nuovi stimoli fisici e mentali, oltre ad ottenere un sentimento di soddisfazione e realizzazione personale. Il che non significa che debba continuare a lavorare, oltre a una certa età, ma che se desidera farlo, non gli sia impedito. E che questo non valga solo per i dirigenti di azienda o altre categorie che sono già ampiamente tutelate e privilegiate.

Questa l’ulteriore replica della dottoressa Mancini.

Il problema è molto più complesso di quello che può sembrare a prima vista, Lei ha parlato non a caso di un vuoto che gli anziani si portano dietro, come ho scritto in un mio titolo di alcuni anni fa, non è continuando a lavorare, anche dopo la pensione, che si risolve questo problema.
Il nostro Paese, tra le molte situazioni delle quali non si occupa, non provvede a creare ambienti favorevoli agli anziani ed utili ad evitare quel vuoto, di cui Lei parla, in Italia mancano luoghi nei quali sia possibile aggregarsi a livello comunale.
Ho vissuto a Bruxelles per alcuni anni, ebbene lì ogni municipio ha centri sportivi con prezzi sociali, riservati ai residenti di quel comune, nei quali esistono aree utilizzabili per tornei di scacchi e bridge, corsi di fotografia e mille altre iniziative.
Su un milione e mezzo di abitanti c’erano 21 municipi, a Roma il numero è simile ma per 4 milioni di abitanti, per non parlare della fatiscenza degli ambienti dedicati ad iniziative molto lontanamente assimilabili.
Questa è una carenza gravissima della nostra città, ma in generale per i nostri territori ed è, anche, uno dei motivi del vuoto di cui Lei parla.
La famiglia ad un certo punto si riduce, perché i figli vanno via, giustamente come è scritto anche nella Bibbia, a volte i coniugi ci lasciano o siamo noi a lasciarli oppure vengono a mancare e la solitudine è un problema molto serio che andrebbe affrontato a livello comunale, offrendo ai diversamente giovani, opportunità diverse dal lavoro.
Hobby, sport come il golf e corsi possono servire a far sentire tutti utili, a creare nuove amicizie e gruppi, ma nel nostro Paese oltre il lavoro c’è poco, tanto è vero che molti pensionati vanno a vivere all’estero”.

Credo che le ulteriori considerazioni della lettrice siano assolutamente condivisibili. Il problema, d’altra parte, non è solo far passare il tempo agli anziani con hobby, sport, giochi, diversivi vari, in attesa dell’esito finale… Chi si sente ancora in forza, nonostante l’età, ha bisogno anche di continuare a sentirsi utile agli altri, ad esempio attraverso varie forme di solidarietà e volontariato che nel nostro Paese non mancano (pensiamo alla vitalità del terzo settore).

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