Riflessioni sulla vecchiaia

Simone de Beauvoir

Sono stato costretto a ripensare alla vecchiaia dopo lo scambio di opinioni apparso ieri con la nostra lettrice.

Non è facile né naturale prendere atto della vecchiaia che avanza. E la società non fa nulla per rendere questo processo meno doloroso. E’ tragicamente vero. Anche chi lucidamente sa che non può sfuggire alla legge dell’invecchiamento né può illudersi di essere immortale, deve consapevolmente prendere atto di quello che prima o poi dovrà verificarsi.

Prendere esempio dagli altri? Non lo so. Anche in questo caso credo che ognuno, come muore da solo, deve vivere la sua condizione di anziano a modo suo e, purtroppo, da solo di fronte a quello che l’attende.

Ci sono quelli che vivono la vecchiaia come l’occasione per arrendersi definitivamente, rinunciare alla vita senza reagire. Vengono sopraffatti dalla noia e dalla frustrazione, succubi di un disperato vittimismo, misto a un moralismo acido e velenoso. In questo modo, non danno spazio ai sentimenti, si inaridiscono: rinunciare all’amore o all’affetto per propria volontà in anticipo sembra un gesto di coraggio ma forse è solo paura di soffrire di più quando verrà il momento.

Ci sono quelli, invece, che a certi sentimenti umani non rinunciano, che cercano di ribellarsi alla vecchiaia, di rifiutarla, ma finiscono per diventare delle tristi caricature di se stessi, sfidando il decadimento fisico e psichico in modo patetico.

Tra un comportamento di assoluta rassegnazione e quasi di autoeliminazione preventiva e uno di malinconico giovanilismo, parodia del proprio passato, esiste un altro modo di affrontare la vecchiaia?

Simone De Beauvoir in un suo noto saggio (“La terza età”), auspica una mutazione sociale che consenta agli anziani di riconoscere il proprio stato, senza pietismi ma con una legittimazione umana dignitosa. Che deve diventare legittimazione sociale.

Ogni anziano, fino alla fine e fin che le forze lo sorreggono, dovrebbe perseguire i fini che danno senso alla sua vita. E che si possono concretizzare nella dedizione verso le altre persone, verso la collettività, attraverso il lavoro sociale e politico, intellettuale o creativo.

In altri termini, l’anziano deve conservare interesse e passione e mantenere questa spinta sufficientemente forte per evitare che sia indotto nei momenti di crisi a ripiegarsi su sé stesso.

E in questo senso, può svolgere una funzione importantissima la cultura come pratica viva e non come sapere fine a sé stesso, che permetta all’anziano di poter in qualche modo (anche minimo) incidere sull’ambiente in cui vive e farlo sentire un cittadino attivo e utile. Fino alla fine.

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