La plastica non è sempre negativa. Almeno quella del cervello

Santiago Ramón y Cajal

Santiago Ramón y Cajal, al quale è stato assegnato il Premio Nobel nel 1906 insieme all’italiano Camillo Golgi (quasi dimenticato) per il loro lavoro sulla struttura del sistema nervoso, era solito dire: “La neuroplasticità permanente del cervello significa che ogni cervello può essere potenziato. In altri termini, ogni uomo può, se lo desidera, diventare lo scultore del proprio cervello”.

Affascinante, vero? Cosa significa questa affermazione? Che il cervello umano cambia continuamente se stesso attraverso l’esperienza. La neuroplasticità, nota anche come plasticità cerebrale, si riferisce alla capacità del cervello di ricablarsi in base all’esperienza generando nuovi neuroni e formando, oltretutto, nuove connessioni tra i neuroni, le cosiddette sinapsi.

Per molto tempo si è creduto che, dopo una certa età, il cervello si “fissasse”. Ora sappiamo che il cervello non smette mai di cambiare, ed è per questo che c’è così tanto interesse e speranza sui modi per sfruttare tale neuroplasticità per condurre una vita migliore, per migliorare il nostro cervello e per ritardarne il declino.

Il che vuol dire che possiamo rafforzare i circuiti specifici del cervello (attraverso l’istruzione, il nostro lavoro, gli stili di vita, e anche attraverso interventi mirati dalla meditazione all’allenamento cognitivo alla neurostimolazione), per imparare più velocemente, meglio e diventare più resilienti.

Quindi, la plastica non è sempre negativa. Soprattutto se relativa al cervello. Ma sfruttiamo questa capacità. Evitiamo di fossilizzarlo.

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