Ci metto la faccia. Ma quale faccia?

Forse tra un po’ potremmo togliere le mascherine. Finalmente, dirà qualcuno. Altri, magari non saranno poi così contenti. Abbiamo trascorso un lungo periodo in cui gli occhi, lo sguardo, sono diventati i più importanti come mezzo espressivo, dopo le parole filtrate dalla garza, e d’altra parte si dice che gli occhi sono lo specchio dell’anima. Verissimo, ma fino ad un certo punto.

Come negare l’importanza della bocca e delle sue espressioni? In qualche caso (io l’ho fatto, non so voi) non trovandomi d’accordo con l’interlocutore e non volendo replicare a parole, ho fatto la linguaccia, una pernacchietta senza suono o inarcato le labbra in segno di disgusto, tanto mi proteggeva la mascherina. Toglierla adesso, sembra di andare in giro nudi. La mascherina è diventata una specie di mutanda e qualcuno si vergogna a camminare per le strade senza. Esagerato? Non so quanto lo sia.

Sono bastati due anni di pandemia e abbiamo imparato ad abituarci anche a un comportamento del genere che ha favorito l’emergere di una delle nostre caratteristiche più sgradevoli, cioè quella di diventare ancora più ipocriti, falsi. Tutto ciò che in qualche modo filtra il nostro viso e la nostra espressività più autentica, ci allontana sempre di più dagli altri.

E’ vero, può schermare, attutire certe nostre reazioni spiacevoli, ma ci spersonalizza, ci fa perdere la vera essenza di quello che siamo. Nel bene e nel male.

D’altra parte, questo processo viene portato avanti inesorabilmente anche dagli strumenti on line che usiamo al lavoro: zoom, skype, oltre a cellulari ed email, ecc. Ci nascondiamo dietro a un video o alle parole scritte, e in questo modo evitiamo l’imbarazzo di incontrare qualcuno di persona, soprattutto se temiamo che la relazione dal vivo potrebbe diventare complicata o poco gestibile.

E allora quando i nostri politici, ma anche noi, diciamo che ci mettiamo la faccia, sarà difficile credere che sia vero. Quale faccia? Quella che siamo disposti a trasferire su uno schermo? Siamo proprio noi in quel caso o una proiezione disincarnata che ci rappresenta, un avatar ambiguo e non umano che porta il nostro nome?

E’ la parabola del processo di individualizzazione estrema che questa società ci ha costretto a percorrere. L’apparenza supera l’essenza. Il nostro io è frutto di una mediazione che andrà a condizionare tutti i nostri rapporti sociali. Certamente non in meglio…

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