L’ambiguità della guerra. Oggi e ieri in Dostoevskij. Cercare l’imparzialità. Da una riflessione di Rossella De Rose

La guerra come scontro tra potenze nemiche, assume in Dostoevskij un significato radicalmente diverso da quello tradizionale: conflitto non tra potenze nazionali e statali, ma trasversale rispetto a queste entità. E non guerra locale e localizzabile, ma guerra ubiqua ed occulta. La guerra come politica stessa, come forma essenziale della nuova identificazione di politica, filosofia, religione ed etica.

Di conseguenza, col concetto di guerra, muta anche il concetto di pace: la pace, di fronte all’ubiquità sotterranea della guerra, diventa più aleatoria e costituisce un ideale meno facilmente conseguibile.

Inoltre, l’universalità della guerra spezza l’uomo interiormente, infliggendo una ferita che non può essere sanata col balsamo dell’autoperfezionamento, tanto che persino i «santi» dostoevskijani sono sofferenti e sono privi di poteri taumaturgici per rimarginare le piaghe delle anime altrui.

Fëdor Dostoevskij

La natura della guerra di cui Dostoevskij è il romanziere è tale da non essere facilmente decifrabile. Si sa che la posta in gioco è totale, radicale: l’uomo stesso. Ma si sa anche che è una guerra che l’uomo combatte contro l’uomo in nome dell’uomo: è una guerra fratricida tra diverse concezioni dell’uomo.

Ed è una guerra, in cui a fronteggiarsi non sono eserciti regolari, ma forze sparse, spesso misteriose e clandestine ed i combattimenti si svolgono nella oscurità di un inesplorato sottosuolo, piuttosto che nella dimensione solare. E sopra il suolo e il sottosuolo, teatro delle mischie e degli attentati, v’è un sopra-mondo di forze angeliche e demoniache, che assistono e partecipano a questa guerra universale.

Il cronista di questa guerra più che raccontarne le inafferrabili vicende, dovrà decifrarne gli sfuggenti segni, individuare le mobili linee di frontiera, coglierne gli sdoppiamenti ed i mascheramenti, distinguere le false identità, avvertirne le segrete metamorfosi, ed il suo occhio dovrà avere la freddezza clinica di chi, pur parteggiando per una delle prospettive in lotta, sa di dover prestare attenzione soprattutto alla parte avversa, lasciando ad essa, nelle proprie analisi, completa libertà di manifestazione, per non essere accecato da un fatale pregiudizio.

In ciò il cronista, vale a dire Dostoevskij, è favorito dal fatto di aver partecipato egli stesso al conflitto e di essere passato non solo e non tanto da una parte all’altra, ma soprattutto di essersi elevato al di sopra della parte in cui si è alla fine collocato, conquistando una prospettiva inevitabilmente parziale, ma estremamente libera e vasta.

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