Capitalismo: istigazione al suicidio?

L’espropriazione esistenziale di cui parla lo studioso Vittorio Pelligra non si riverbera solo sul lavoro ma anche in generale sulla vita delle persone. Sempre più frequenti sono infatti le cosiddette “morti per disperazione”, fenomeno drammatico, segnalato negli Usa, ma presente anche in Europa e in Italia. Per morti per disperazione si intendono quelle dovute a suicidio, overdose di droga e alcolismo aumentate drammaticamente.

Anne Case e Angus Deaton hanno lanciato per primi questo allarme. E’ uscito lo scorso anno un loro libro dal titolo “Morti per disperazione e il futuro del capitalismo”, per Il Mulino editore.

Le cause? Le solite: lo strapotere delle grandi multinazionali, le preoccupanti disuguaglianze legate alla globalizzazione e all’automazione che privano le persone, le espropriano, del senso della vita, sfilacciano il tessuto relazionale in cui sono inserite, le fanno sentire inutili e irrilevanti dal punto di vista sociale e politico.

Come ci si sente in questi casi? La drammatica testimonianza di uno scrittore suicida ci fa capire l’abisso in cui si può cadere. Ecco le parole di Stig Dagerman (Iperborea edizioni):

Mi manca la fede e non potrò mai, quindi, essere un uomo felice, perché un uomo felice non può avere il timore che la propria vita sia solo un vagare insensato verso una morte certa. Non ho ereditato né un dio né un punto fermo sulla terra da cui poter attirare l’attenzione di un dio. Non ho ereditato nemmeno il ben celato furore dello scettico, il gusto del deserto del razionalista o l’ardente innocenza dell’ateo. Non oso dunque gettare pietre sulla donna che crede in cose di cui io dubito o sull’uomo che venera il suo dubbio come se non fosse anch’esso circondato dalle tenebre. Quelle pietre colpirebbero me stesso, perché di una cosa sono convinto: che il bisogno di consolazione che ha l’uomo non può essere soddisfatto.

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