Con lo smart working cambia il senso del lavoro? Remotizzazione = disumanizzazione?

Complice la pandemia e le innovazioni tecnologiche – che hanno imposto il ricorso al lavoro da remoto col fine di mantenere il “necessario” distanziamento sociale – sembra ormai che anche la storia del lavoro umano sia destinata a prendere un’altra strada.

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Combattere il bullismo in azienda conviene a tutti

Non sappiamo se il fenomeno del bullismo nelle aziende venga studiato a sufficienza nel nostro Paese. Ne dubitiamo fortemente, anche perché ben altri sono i problemi ai quali le imprese devono far fronte in questo periodo e quelli che riguardano i rapporti con e tra i dipendenti spesso finiscono in secondo piano.

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Ci metto la faccia. Ma quale faccia?

Forse tra un po’ potremmo togliere le mascherine. Finalmente, dirà qualcuno. Altri, magari non saranno poi così contenti. Abbiamo trascorso un lungo periodo in cui gli occhi, lo sguardo, sono diventati i più importanti come mezzo espressivo, dopo le parole filtrate dalla garza, e d’altra parte si dice che gli occhi sono lo specchio dell’anima. Verissimo, ma fino ad un certo punto.

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Tattleware: troppo controllo fa male

Non sono molte le persone che sanno cosa si intende per “tattleware”. In realtà, è una definizione molto semplice: si tratta di tutti quei sistemi utilizzati dalle aziende per monitorare i comportamenti dei propri collaboratori, in particolare quelli che lavorano da remoto. Sono tutti escamotage che si sono sviluppati in parallelo con l’adozione dello smart working a cui si è dovuti ricorrere a causa della pandemia.

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Lavoro in presenza e lavoro a distanza. Risvolti psicologici

Attualmente, a fronte dell’aumento dei casi di pandemia, vi sono posizioni diverse riguardo al ricorso allo smart working. C’è chi lo vorrebbe ridurre (particolarmente nella Pubblica Amministrazione) e chi invece ritiene sia necessario continuare a ricorrervi, anzi ampliandolo, considerando positive le esperienze del passato, anche in relazione all’esigenza di tutela della salute collettiva.

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Tra assenteismo e presenteismo. Prendersi le proprie responsabilità

Bisogna avere il coraggio di dire che chi non si prende la responsabilità del proprio lavoro in questi tempi è un incosciente. In una situazione complessa e difficile come quella che stiamo vivendo a causa della pandemia, riteniamo che qualsiasi lavoratore, a qualsiasi livello, non possa esimersi dal prendersi la responsabilità di quello che fa. Anche se la sua è una attività che può apparire meno strategica e importante di altre.

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La sindrome del CEO di successo. La storia di Fred

Marina Hatsopoulos

Marina Hatsopoulos è una donna in gamba. Se critica pesantemente i CEO perché sono troppo egocentrici, lo fa a ragion veduta. Lei è presidente del Consiglio di amministrazione della Levitronix, una azienda leader mondiale dei motori a levitazione magnetica, oltre a vantare altre prestigiose cariche.

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La ripresa dopo la pandemia si chiama “desiderio”

Il Censis nell’ultimo rapporto 2020 definisce il nostro Paese “una ruota quadrata che gira a fatica”. Cresce nel nostro Paese la tendenza all’inerzia, alla passività, al disimpegno, allo scetticismo. Nessuno, specialmente i giovani, sembra più disposto a mettersi in gioco.

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