Soft skills e sapere umanistico

La grande enfasi che i numerosi corsi destinati a manager di alto livello riservano alle soft skills è ormai un dato di fatto inequivocabile. Si parla, quasi esclusivamente di intelligenza emotiva, di qualità delle relazioni umane, di sviluppo personale, ecc.

Il termine soft skills è apparso negli anni Sessanta del secolo scorso, soprattutto negli USA, mentre nel frattempo si assisteva al continuo declino dell’importanza degli studi umanistici, in una crisi che si è poi diffusa ampiamente anche nella “colta” Europa.

Le hard skills, cioè le competenze specifiche e tecniche , continuano a evolversi, sono anche difficili da individuare, visti i rapidissimi progressi del mondo informatico, e richiedono corsi e approfondimenti continui, spesso parcellizzati.

Il grande successo delle soft skills

Le soft skills, cioè le competenze trasversali, che riguardano le caratteristiche dell’uomo e del suo comportamento in relazione alla società in cui vive, al contrario, affrontando elementi “stabili”, trovano più spazio e, oltretutto nell’immaginario collettivo, non vengono più considerate ancillari rispetto a quelle tecniche.

Per soft skills ci riferiamo all’empatia, all’intelligenza emotiva, alla creatività, alla capacità di collaborare e comunicare, solo per citarne solo alcune. Questi temi cominciano ad essere oggetto anche di MBA e dottorati di ricerca, e l’idea che prende sempre più forza è che siano assolutamente indispensabili per il successo aziendale e, di converso, la loro carenza, crei situazioni difficili nell’ambito delle organizzazioni. E hanno il vantaggio di poter essere studiate in modo diretto, tecnico, pratico, immediatamente fungibile da parte del discente (saper fare) alla stregua delle materie scientifiche.

Le scienze umanistiche e la loro crisi irreversibile

La crisi delle scienze umanistiche nasce proprio dal fatto che la trasformazione del senso dell’apprendimento nelle epoche passate si accompagnava a una certa aspettativa intorno al poter essere e non al “saper fare”, come nella tradizione delle discipline scientifiche. Richiedeva un lungo approccio che oggi viene interpretato come “tempo sprecato”.

Facciamo un esempio per intenderci. La conoscenza di un tema filosofico, letterario, artistico, storico diveniva un elemento che aveva a che fare con il modo di essere di chi lo studiava , in un processo di accumulo e, allo stesso tempo, di trasformazione che dava (anche se non sempre) una idealizzazione della propria identità, costituendo un valore etico, che serviva a dare un senso all’immagine di sé.

In sostanza, la tradizione umanistica puntava a creare una personalità libera, autonoma, capace di giudizio e potenzialmente aperta a nuove prove di intelligenza.

Apprendimento umanistico come basso apprendimento tecnico

Questo sistema si riferisce a un ideale umanistico che non esiste più da tempo e la sua inesistenza è stata decretata dall’evoluzione della società, come abbiamo visto, ma anche dal contemporaneo comportamento dei giovani che si sono gioco forza dovuti adeguare.

Una parola chiara a questo proposito ce la fornisce la lucida puntualizzazione del filosofo Fulvio Papi, nel suo snello libretto “Oggi un filosofo” ed. Ibis, 2009, pag.71:

“L’apprendimento umanistico è diventato simile a un basso apprendimento tecnico, con una differenza fondamentale: l’apprendimento tecnico è la condizione di un esercizio che, nella pratica, conferma l’efficacia dell’apprendimento. Mentre nel caso di un qualsiasi sapere umanistico non esiste alcuna verifica obiettiva anche perché non ha più niente a che vedere con il senso della vita di chi apprende che, nel mondo, si forma attraverso altre esperienze.”

Ecco perché le soft skills si sono sostituite al sapere umanistico! Più pratiche, più dirette, più immediatamente utilizzabili. Ma se il sistema di apprendimento è diventato appunto utilitaristico, purtroppo, spesso si traduce in un comportamento per così dire “mimetico” che non riesce a diventare memoria, intesa come modalità fondamentale all’accesso di un vero sapere, capace di formare concretamente la sensibilità, il gusto, l’intelligenza di una persona. E questo è il grande pericolo che si corre…

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