💡 Rivendicare i diritti, non dal punto di vista individualistico

La persona umana, coi suoi diritti inalienabili, è naturalmente aperta ai legami. Nella sua stessa radice abita la chiamata a trascendere sé stessa nell’incontro con gli altri. Per questo «occorre prestare attenzione per non cadere in alcuni equivoci che possono nascere da un fraintendimento del concetto di diritti umani e da un loro paradossale abuso. Vi è infatti oggi la tendenza verso una rivendicazione sempre più ampia di diritti individuali – sono tentato di dire individualistici –, che cela una concezione di persona umana staccata da ogni contesto sociale e antropologico, quasi come una “monade” (monás), sempre più insensibile […]. Se il diritto di ciascuno non è armonicamente ordinato al bene più grande, finisce per concepirsi senza limitazioni e dunque per diventare sorgente di conflitti e di violenze».

Una allegra superficialità

In questa linea, torno a rilevare con dolore che «già troppo a lungo siamo stati nel degrado morale, prendendoci gioco dell’etica, della bontà, della fede, dell’onestà, ed è arrivato il momento di riconoscere che questa allegra superficialità ci è servita a poco. Tale distruzione di ogni fondamento della vita sociale finisce col metterci l’uno contro l’altro per difendere i propri interessi». Volgiamoci a promuovere il bene, per noi stessi e per tutta l’umanità, e così cammineremo insieme verso una crescita genuina e integrale. Ogni società ha bisogno di assicurare la trasmissione dei valori, perché se questo non succede si trasmettono l’egoismo, la violenza, la corruzione nelle sue varie forme, l’indifferenza e, in definitiva, una vita chiusa ad ogni trascendenza e trincerata negli interessi individuali.

Solidarietà è una parola che non sempre piace; direi che alcune volte l’abbiamo trasformata in una cattiva parola, non si può dire; ma è una parola che esprime molto più che alcuni atti di generosità sporadici. È pensare e agire in termini di comunità, di priorità della vita di tutti sull’appropriazione dei beni da parte di alcuni. È anche lottare contro le cause strutturali della povertà, la disuguaglianza, la mancanza di lavoro, della terra e della casa, la negazione dei diritti sociali e lavorativi. È far fronte agli effetti distruttori dell’Impero del denaro […]. La solidarietà, intesa nel suo senso più profondo, è un modo di fare la storia, ed è questo che fanno i movimenti popolari».

💡 Non dobbiamo aspettare tutto da coloro che ci governano, sarebbe infantile

Godiamo di uno spazio di corresponsabilità capace di avviare e generare nuovi processi e trasformazioni. Dobbiamo essere parte attiva nella riabilitazione e nel sostegno delle società ferite. Oggi siamo di fronte alla grande occasione  di esprimere il nostro essere fratelli, di essere altri buoni samaritani che prendono su di sé il dolore dei fallimenti, invece di fomentare odi e risentimenti. Come il viandante occasionale della nostra storia, ci vuole solo il desiderio gratuito, puro e semplice di essere popolo, di essere costanti e instancabili nell’impegno di includere, di integrare, di risollevare chi è caduto; anche se tante volte ci troviamo immersi e condannati a ripetere la logica dei violenti, di quanti nutrono ambizioni solo per sé stessi e diffondono la confusione e la menzogna. Che altri continuino a pensare alla politica o all’economia per i loro giochi di potere. Alimentiamo ciò che è buono e mettiamoci al servizio del bene.

L’individualismo non ci rende più liberi, più uguali, più fratelli

La mera somma degli interessi individuali non è in grado di generare un mondo migliore per tutta l’umanità. Neppure può preservarci da tanti mali che diventano sempre più globali. Ma l’individualismo radicale è il virus più difficile da sconfiggere. Inganna. Ci fa credere che tutto consiste nel dare briglia sciolta alle proprie ambizioni, come se accumulando ambizioni e sicurezze individuali potessimo costruire il bene comune.

Anziani: la solitudine si vince continuando ad essere utili agli altri

Nel febbraio scorso abbiamo pubblicato su CapoVerso una recensione relativa al libro di Giambattista RosaActive Ageing in azienda” edito da Franco Angeli. Una nostra lettrice, Romana Mancini, Tecnologa Istat ed ex Giudice Tributario, non ha condiviso la recensione del libro e ci ha inviato una mail che pubblichiamo qui di seguito integralmente.

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L’evoluzione non è la sopravvivenza del più forte

Team Human” di Douglas Rushkoff – edito Ledizioni, 14,90€ – è un libro che va letto.

Un libro che in modo piano e per nulla polemico ci fa capire, come sostiene l’antropologa Margaret Mead che il tratto caratteristico della civiltà umana non sono gli oggetti rituali e le armi per cacciare, ma la capacità che abbiamo di prenderci cura gli uni degli altri.

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Con il liberalismo sparisce la libertà come relazione?

La modernità è senz’altro il risultato della forza propulsiva del liberalismo. Ma questa ideologia non tiene sufficientemente conto della relazionalità intrinseca della persona umana, così non riesce a percepire in modo adeguato nemmeno la socialità e la stessa società e, di conseguenza, neanche i principi della solidarietà e della fratellanza. La società di solito viene ridotta alla sfera del mercato sottratta allo Stato.

La sfera pubblica viene così non solo distinta ma sciolta da quella privata. Tutta la dimensione dell’uomo che non comprende il mercato o viene relegata nella sfera privata o viene mercificata.

Il neoliberalismo e l’ideologia del New Public Management tendono, invece, a colonizzare con la loro logica competitiva e di diritto privato la sfera pubblica, che a sua volta, appartenendo alle cose del bene comune, dovrebbe essere contrassegnata prima di tutto dalla logica di libertà della società civile – e non in prima linea da quella del mercato – e dalla solidarietà e dalla fraternità che contengono anche i momenti della gratuità e della reciprocità, laddove quest’ultima non è lo scambio del mercato.

Dal liberalismo sparisce la libertà come relazione e non si considera il bene relazionale un valore e non se ne fa politica governativa e pubblica. Non vi è presente il libero associarsi per il bene comune, laddove le relazioni già in sé formano schemi di bene pubblico-privato. Ne ricadono e se ne sentono le conseguenze anche nella sfera politica, perché in questo modo sarà la sfera statuale a colmare il vuoto che provoca quasi la piena assenza di una società veramente civile non statalizzata e politicizzata dai partiti.

Una società civile esige una libertà per associarsi e per un fare libero per il bene comune di una scuola, di una contrada, di una città, di una provincia, di una regione, di una rete regionale di volontariato ecc.

(da: Jànos Frivaldszky, “L’antropologia e i principi del buon governo”, Università Cattolica Pázmány Péter, Budapest)

Libertà a braccetto con uguaglianza e fraternità

La libertà, il cui valore fondamentale è legittimamente sostenuto, deve essere integrata da altri due principi: dall’ uguaglianza e dalla fraternità.

Il maggior problema del liberalismo a nostro parere è che è quanto mai deficitario ad ideare e a realizzare connessioni valide con questi ultimi due principi: o li tralascia oppure le connessioni, e così anche i contenuti degli stessi, divengono distorti.

John Rawls

Tranne forse la teoria di John Rawls, non sono stati ancora cercati e trovati i modi di integrazione e di interconnessione tra questi principi. Finora si è rimasti alle diverse forme di combinazione della libertà con l’uguaglianza, tralasciando la fraternità, giacché si è pensato che l’uguaglianza non sia altro che la solidarietà realizzata dagli istituti dello Stato, cioè nient’altro che una solidarietà verticale (statuale) istituzionalizzata.

Adesso ci si rende ormai conto che la fraternità è qualcosa di più della solidarietà ed, inoltre, che questi principi non possono essere riassunti nell’attività redistributiva della Stato. Per poter realizzare il principio della fraternità, il terzo elemento dello slogan della rivoluzione francese, è indispensabile l’esistenza di una società civile forte, con le forme di azioni e di organizzarsi specifiche di essa.

Si deve tener presente che nessuno dei tre valori è riconducibile agli altri due, sicché ognuno porta in sé un valore a sé stante e del tutto peculiare mentre in un contesto politico ricevono il loro vero e giusto contenuto concreto solo se vengono riconnessi l’uno con l’altro in modo corretto nell’attività governativa guidata dalla virtù della prudenza politica.

(da: Jànos Frivaldszky, “L’antropologia e i principi del buon governo”, Università Cattolica Pázmány Péter, Budapest)

Dalla compassione al riconoscimento dell’ingiustizia

Didier Fassin

L’aspetto esclusivamente chimico/biologico che abbiamo visto nel precedente articolo, non basta per valutare un essere umano. Ci sono altre componenti che non vanno trascurate ma di cui spesso non teniamo conto.

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Il terzo settore e il Papa

Riportiamo, riprendendola da “Il Sole 24 Ore” di domenica 22 novembre, una affermazione di Papa Francesco (nel suo intervento al Summit “Economy of Francesco” di Assisi) che ha creato alcune perplessità, in quanto, almeno apparentemente, sembra mettere in discussione il ruolo del terzo settore, assimilandolo ai modelli filantropici in stile americano (vedi Fondazione Bill Gates, di cui abbiamo già parlato in un precedente articolo).

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Stefano Bartolini (Università di Siena): “Nel lavoro c’è chi è attivamente disimpegnato” (Prima parte)

Il prof. Stefano Bartolini, docente di Economia presso l’Università di Siena, è anche autore del libro “Manifesto per la felicità. Come passare dalla società del ben-essere a quella del ben-avere”. Un libro che invita a ripensare e riprogettare il nostro mondo perché coniugare prosperità economica e felicità è necessario e possibile. Cambiare la scuola. Cambiare le città. Cambiare lo spazio urbano. Ridurre il traffico. Ridurre la pubblicità. Sono alcune delle proposte concrete che compongono un vero e proprio manifesto per la felicità.

Al prof. Bartolini abbiamo rivolto alcune domande.

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