Un grande paradosso: il progresso non sempre va a braccetto alla libertà

Da un articolo di Massimiliano Valerii (Avvenire, 9 giugno)

…Alle nostre latitudini il progresso sociale ha iniziato la frenata, lasciando una scia di delusione, frustrazione e incertezza. Si è trasferito in altre regioni del mondo e – cosa più importante di tutte – per la prima volta si è separato dal parallelo cammino della libertà.

Non solo. Nel frattempo anche la libertà nei paesi occidentali non sembra più così tutelata come in passato. (nostro commento)

La Cina, per esempio, ha compiuto avanzamenti sociali straordinari in un arco di tempo brevissimo. Negli ultimi trent’anni, il Pil è aumentato di 14 volte, il tasso di mortalità infantile è stato ridotto da 42 a 7 ogni mille nati, l’aspettativa di vita si è allungata da 69 a 77 anni, il tasso di iscrizione all’università è passato dal 3 al 58 per cento dei giovani che concludono gli studi superiori, la popolazione in miseria era pari a due terzi del totale e oggi è appena lo 0,5 per cento. All’impetuoso sviluppo dell’economia si è accompagnato l’accesso di massa ai consumi, così anche in quel paese si è formata un’ampia classe media, più sana, più istruita, più benestante. Eppure in Cina il potere è in mano a un regime autoritario e illiberale.

Questo vuol dire che la crescita economica e il miglioramento delle condizioni sociali non sono necessariamente correlati con un maggiore grado di libertà. Allora, a cosa serve la libertà, se una società può stare meglio anche senza essere libera?

Negli anni a venire le società aperte dell’Occidente dovranno misurarsi con questo interrogativo lacerante. Insinuandosi come un tarlo nelle coscienze, il dubbio può corrodere il loro basamento, vale a dire l’idea che la libertà sia l’elisir più prezioso, essenziale, indispensabile per l’emancipazione umana, per accrescere la prosperità degli individui e le fortune dei popoli.

Infine, bisogna riflettere su quale tipo di libertà sono in grado di offrire fin da ora le società aperte dell’Occidente. (nostro commento).

I capi delle imprese? Sono tutti dittatori

Elizabeth Anderson

Ci fa piacere, ogni tanto, segnalare qualche voce fuori dal coro che analizzando la situazione dei rapporti tra lavoratori e datori di lavori riesca a mettere in evidenza senza timore le enormi contraddizioni che esistono ancora oggi in molte imprese.

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Israele: le contraddizioni della democrazia

David Grossman

Spesso sentiamo dire che Israele è una democrazia. L’unica in Medio Oriente. Ma è proprio così? Una democrazia dovrebbe essere tollerante, soprattutto nei confronti delle minoranze che vivono al suo interno. E questo non sembra che accada in quel Paese. Lo sostiene anche David Grossman, famoso narratore ebreo, in un suo recente libro che riporta alcuni suoi saggi e discorsi (“Sparare a una colomba”, Mondadori, 2021).

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💡 Libertà di mercato ed efficienza non bastano

Se la società si regge primariamente sui criteri della libertà di mercato e dell’efficienza, non c’è posto per costoro, e la fraternità sarà tutt’al più un’espressione romantica.

Il fatto è che «la semplice proclamazione della libertà economica, quando però le condizioni reali impediscono che molti possano accedervi realmente, e quando si riduce l’accesso al lavoro, diventa un discorso contraddittorio».

Parole come libertà, democrazia o fraternità si svuotano di senso. Perché, in realtà «finché il nostro sistema economico-sociale produrrà ancora una vittima e ci sarà una sola persona scartata, non ci potrà essere la festa della fraternità universale». Una società umana e fraterna è in grado di adoperarsi per assicurare in modo efficiente e stabile che tutti siano accompagnati nel percorso della loro vita, non solo per provvedere ai bisogni primari, ma perché possano dare il meglio di sé, anche se il loro rendimento non sarà il migliore, anche se andranno lentamente, anche se lo loro efficienza sarà poco rilevante.

Robert Harris, autore di “V2”: “Temo per la democrazia”

Robert Harris

E’ uscito recentemente il romanzo di Robert HarrisV2”, Mondadori, € 20,00. Lo scrittore è noto per altri due romanzi famosi, come “Fatherland” ed “Enigma”. Il suo ultimo lavoro riguarda sempre il periodo della seconda guerra mondiale quando la Germania lanciò tra il settembre 1944 e il marzo 1945 i missili V2 sull’Inghilterra. Qui, vorremmo però soffermarci su alcune sue considerazioni circa la democrazia e la cosiddetta libertà d’informazione.

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Con il liberalismo sparisce la libertà come relazione?

La modernità è senz’altro il risultato della forza propulsiva del liberalismo. Ma questa ideologia non tiene sufficientemente conto della relazionalità intrinseca della persona umana, così non riesce a percepire in modo adeguato nemmeno la socialità e la stessa società e, di conseguenza, neanche i principi della solidarietà e della fratellanza. La società di solito viene ridotta alla sfera del mercato sottratta allo Stato.

La sfera pubblica viene così non solo distinta ma sciolta da quella privata. Tutta la dimensione dell’uomo che non comprende il mercato o viene relegata nella sfera privata o viene mercificata.

Il neoliberalismo e l’ideologia del New Public Management tendono, invece, a colonizzare con la loro logica competitiva e di diritto privato la sfera pubblica, che a sua volta, appartenendo alle cose del bene comune, dovrebbe essere contrassegnata prima di tutto dalla logica di libertà della società civile – e non in prima linea da quella del mercato – e dalla solidarietà e dalla fraternità che contengono anche i momenti della gratuità e della reciprocità, laddove quest’ultima non è lo scambio del mercato.

Dal liberalismo sparisce la libertà come relazione e non si considera il bene relazionale un valore e non se ne fa politica governativa e pubblica. Non vi è presente il libero associarsi per il bene comune, laddove le relazioni già in sé formano schemi di bene pubblico-privato. Ne ricadono e se ne sentono le conseguenze anche nella sfera politica, perché in questo modo sarà la sfera statuale a colmare il vuoto che provoca quasi la piena assenza di una società veramente civile non statalizzata e politicizzata dai partiti.

Una società civile esige una libertà per associarsi e per un fare libero per il bene comune di una scuola, di una contrada, di una città, di una provincia, di una regione, di una rete regionale di volontariato ecc.

(da: Jànos Frivaldszky, “L’antropologia e i principi del buon governo”, Università Cattolica Pázmány Péter, Budapest)

Il capitalismo liberale

Il capitalismo… “rifletterebbe alla perfezione la nostra natura innata, vale a dire il desiderio di commerciare, di guadagnare, di migliorare la nostra condizione economica e di condurre una vita più comoda.

Ma non credo, al di là di alcune funzioni primarie, che sia corretto parlare di desideri innati come se esistessero indipendentemente dalle società in cui viviamo. Molti di questi desideri sono il prodotto della socializzazione all’interno delle nostre società, e in questo caso all’interno delle società capitaliste, che sono le uniche esistenti

…il capitalismo liberale presenta molti noti vantaggi, il più importante dei quali è che la democrazia e lo Stato di diritto sono valori in quanto tali; insieme, concorrono a incoraggiare uno sviluppo economico più rapido, promuovendo l’innovazione e consentendo la mobilità sociale, e offrono così a tutti possibilità di successo più o meno simili.

Il venir meno di alcuni aspetti essenziali di questo sistema di valori impliciti, ossia un movimento verso la creazione di un’alta borghesia che si autoalimenta e la polarizzazione tra le élites e il resto della popolazione, rappresenta la minaccia più importante per la vitalità a lungo termine del capitalismo liberale.

Questa minaccia è un pericolo sia per la sopravvivenza del sistema stesso sia per l’attrattività generale del modello per il resto del mondo”.

(da: Branko Milanovich, Capitalismo contro Capitalismo”, Laterza Editore, Bari 2020)

La crisi del liber(al)ismo come ideologia vincente

Lo statalismo sul continente europeo e l’antropologia egoistica del liberalismo in vista di un individualismo metodologico non ci fanno accostare al bene comune. L’attuale assetto liberal-democratico ha realizzato un compromesso tra il mercato (momento egoistico) e lo Stato (momento collettivo con l’obiettivo dell’uguaglianza e della pari opportunità) che, però, nei nostri giorni rivela crescenti fallimenti irreversibili nell’Unione Europea.

Ci preme di aggiungere due spiegazioni:

a) alla connotazione del mercato: il capitalismo liberista si è distaccato notevolmente dalle origini che lo hanno ideato e ispirato, cioè dall’etica protestante. Riguardo all’egoismo si deve notare che il liberalismo moderno che si è nutrito delle idee del diritto naturale illuminista, che a sua volta fonda le radici nella tradizione greco-romano-giudaico-cristiana, si è pervertito nel liberismo “drogato”. Quest’ultimo oramai impossibilita il dispiegarsi della stessa libertà dotata di senso e mostra fenomeni caotici e autodistruttivi. Rispetto alla componente
b) dell’ uguaglianza garantita dallo Stato giova notare che il progetto del welfare state quasi unanimemente è già considerato fallito e non se ne è ancora trovata un’alternativa valida e percorribile.

(da: Jànos Frivaldszky, “L’antropologia e i principi del buon governo”, Università Cattolica Pázmány Péter, Budapest)

Libertà a braccetto con uguaglianza e fraternità

La libertà, il cui valore fondamentale è legittimamente sostenuto, deve essere integrata da altri due principi: dall’ uguaglianza e dalla fraternità.

Il maggior problema del liberalismo a nostro parere è che è quanto mai deficitario ad ideare e a realizzare connessioni valide con questi ultimi due principi: o li tralascia oppure le connessioni, e così anche i contenuti degli stessi, divengono distorti.

John Rawls

Tranne forse la teoria di John Rawls, non sono stati ancora cercati e trovati i modi di integrazione e di interconnessione tra questi principi. Finora si è rimasti alle diverse forme di combinazione della libertà con l’uguaglianza, tralasciando la fraternità, giacché si è pensato che l’uguaglianza non sia altro che la solidarietà realizzata dagli istituti dello Stato, cioè nient’altro che una solidarietà verticale (statuale) istituzionalizzata.

Adesso ci si rende ormai conto che la fraternità è qualcosa di più della solidarietà ed, inoltre, che questi principi non possono essere riassunti nell’attività redistributiva della Stato. Per poter realizzare il principio della fraternità, il terzo elemento dello slogan della rivoluzione francese, è indispensabile l’esistenza di una società civile forte, con le forme di azioni e di organizzarsi specifiche di essa.

Si deve tener presente che nessuno dei tre valori è riconducibile agli altri due, sicché ognuno porta in sé un valore a sé stante e del tutto peculiare mentre in un contesto politico ricevono il loro vero e giusto contenuto concreto solo se vengono riconnessi l’uno con l’altro in modo corretto nell’attività governativa guidata dalla virtù della prudenza politica.

(da: Jànos Frivaldszky, “L’antropologia e i principi del buon governo”, Università Cattolica Pázmány Péter, Budapest)