Il capitalismo liberale

Il capitalismo… “rifletterebbe alla perfezione la nostra natura innata, vale a dire il desiderio di commerciare, di guadagnare, di migliorare la nostra condizione economica e di condurre una vita più comoda.

Ma non credo, al di là di alcune funzioni primarie, che sia corretto parlare di desideri innati come se esistessero indipendentemente dalle società in cui viviamo. Molti di questi desideri sono il prodotto della socializzazione all’interno delle nostre società, e in questo caso all’interno delle società capitaliste, che sono le uniche esistenti

…il capitalismo liberale presenta molti noti vantaggi, il più importante dei quali è che la democrazia e lo Stato di diritto sono valori in quanto tali; insieme, concorrono a incoraggiare uno sviluppo economico più rapido, promuovendo l’innovazione e consentendo la mobilità sociale, e offrono così a tutti possibilità di successo più o meno simili.

Il venir meno di alcuni aspetti essenziali di questo sistema di valori impliciti, ossia un movimento verso la creazione di un’alta borghesia che si autoalimenta e la polarizzazione tra le élites e il resto della popolazione, rappresenta la minaccia più importante per la vitalità a lungo termine del capitalismo liberale.

Questa minaccia è un pericolo sia per la sopravvivenza del sistema stesso sia per l’attrattività generale del modello per il resto del mondo”.

(da: Branko Milanovich, Capitalismo contro Capitalismo”, Laterza Editore, Bari 2020)

La mediazione e il conflitto contro l’idea individualistica

La convivenza non viene avvertita più come valore, perché l’altro non è più colui con il quale – grazie alla parola e quindi alla cultura – si condivide il dolore della non coincidenza tra soggetto e oggetto e, in sostanza, la comune fragilità esistenziale. La mediazione e il conflitto – i due elementi principali della politica – sono allora visti come un fastidio, un elemento di corruzione e di inefficienza da parte di opinioni pubbliche sempre più risentite nei confronti dell’establishment politico.

Mediazione e conflitto mettono in discussione l’idea della trasparenza e del soggetto compatto e indiviso. Gli individui che, grazie al consumo sfrenato, accedono direttamente agli oggetti, sono dunque infastiditi da una parte, dal conflitto che segnala l’alterità e l’irriducibilità e, dall’altra, dalla mediazione che rappresenta il tramite simbolico grazie al quale si cerca di confrontare l’alterità.

(da: Claudio Bazzocchi, Il misterioso zoppicare dell’uomo; indeterminazione umana, democrazia, autorità e libertà, Meltemi Editore, Roma 2020)

La libertà e le imprese

Il principio fondamentale del liberalismo è questo: quante più persone possibile dovrebbero avere la massima libertà sulla direzione che prenderà la loro vita. Espresso in questa forma, il liberalismo, come ai tempi di John Locke, è impegnato sia per la libertà che per l’uguaglianza…

Per quanto riguarda la libertà, i liberali vogliono per la persona ciò che Thomas Jefferson voleva per il paese: l’indipendenza. Quando non abbiamo altra scelta che accettare il potere di qualcun altro su di noi, non riusciamo a pensare da noi stessi, siamo limitati a condizioni di esistenza che assomigliano a una lotta senza fine per la sopravvivenza, non siamo in grado di pianificare il futuro e non possiamo possedere una dignità umana elementare. La vita autonoma è quindi la vita migliore. Abbiamo il potenziale, e siamo quindi responsabili della sua realizzazione, per essere padroni del nostro destino.

Ma allora, l’esistenza delle aziende con la loro struttura gerarchica, le loro regole amministrative, il rapporto di dipendenza che richiedono a chi lavora con loro non contrasta con l’idea che le persone sono libere, autonome e formalmente uguali?

(da: Alan Wolfe, “The Future of Liberalism”)

Liberalismo e società neoliberali

Il giurista francese Antoine Garapon rileva molto lucidamente l’abbaglio di chi si oppone al presunto totalitarismo delle società odierne neoliberali: «Il neoliberalismo trasforma il diritto privato nella propria costituzione; e fa del potere giudiziario una forma di governo.

Il totalitarismo schiaccia l’individuo? Il neoliberalismo magnifica la libertà e responsabilizza l’individuo, talvolta fino all’eccesso. Il totalitarismo si basava su una burocrazia statuale irresponsabile e improduttiva? Il neoliberalismo la riduce sempre al minimo. Il totalitarismo è nostalgico dell’unità? Il neoliberalismo spinge la divisione al suo parossismo, atomizzando il mondo in altrettante individualità.

Tutte le critiche relative al totalitarismo – la persona contro il sistema, il diritto contro l’arbitrio, i lumi della scienza contro l’oscurantismo della religione – non soltanto non colgono nel segno se riferite al neoliberalismo, ma militano piuttosto in favore di quest’ultimo. Esso si presenta infatti dalla parte della scienza, dell’individuo, del diritto, della libertà».

(da: Antoine Garapon, Lo Stato minimo. Il neoliberalismo e la giustizia, Raffaello Cortina, Milano 2012, p. 160)

Essere liberi. Vuole dire essere se stessi?

Dopo l’intervento appassionato di Giangiuseppe Pili sul tema del liberalismo, abbiamo avuto diverse segnalazioni da parte dei lettori, con contributi di vari autori che lo affrontano da diverse angolazioni: libertà, proprietà, politica, economia, individualismo, ecc. Chiunque può partecipare e contribuire.


A proposito dell’etica dell’essere se stessi, Mauro Magatti scrive: «Una delle ragioni per cui il mio libro si intitola Libertà immaginaria è che noi fantastichiamo sul fatto che dobbiamo essere noi stessi, mentre invece non abbiamo idea di che cosa voglia dire essere noi stessi, e tutto il mondo si dispone in maniera scientifica a creare delle situazioni in cui tu, in quanto senti di star bene, sei convinto che, sentendo di star bene, tu sia te stesso.

In questa cultura non sta più insieme nulla, se ciascuno si è sognato di essere se stesso, è chiaro che l’altro, gli altri, qualunque legame è appunto un “legame”, cioè una riduzione della tua libertà, e dunque qualcosa che, limitando la tua volontà di potenza, va bene per un po’, finché è sopportabile, dopodiché siamo liberi di fare quello che vogliamo.

Ne risulta un mondo di grande solitudine, di sofferenza, un mondo sadiano, in cui ci si sfrutta reciprocamente. E per un po’ ci facciamo contenti l’un l’altro… E poi che Dio ce la mandi buona».

(da Mauro Magatti, “Le contraddizioni della libertà. Logica del capitalismo tecno-nichilista” e Mauro Magatti, Silvano Petrosino e Massimo Recalcati, “Pensare il presente”, Nuova Editrice Berti, Piacenza 2013, pp. 53-54)

La forza della brand identity

L’evoluzione del concetto di brand. Dalla brand equity alla brand identity fino alla brand reputation. La corretta gestione della comunicazione del marchio. Prima di tutto, la coerenza

Il brand non è un fenomeno nuovo, nato con la società dei consumi. Ha radici lontane. Qualche esempio lo troviamo addirittura a partire dall’impero romano: ceramiche, vetri, botti, anfore, ecc. venivano distinti gli uni dagli altri attraverso firme (signa), bolli, timbri, applicati da commercianti e artigiani che li lavoravano. Non erano solo marchi di fabbrica ma veri e propri segni distintivi di provenienza e di qualità.

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Digitalizzazione: non rinunciamo ad essere cittadini responsabili

Mi sembra opportuno e interessante riportare uno scambio di opinioni tra il sottoscritto e il filosofo Francesco Varanini su alcuni temi legati al suo ultimo libro “Le Cinque Leggi bronzee dell’era digitale e perché trasgredirle”, che invitiamo a leggere.

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Democrazia, politica, volontariato

“Utopia”, street art di Blu

La nostra democrazia si regge su alcuni pilastri che la rendono uno strumento sempre più lontano dalla vita reale, in certi casi addirittura estraneo ad essa.

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Democrazia e utopia. Trovare il leader giusto o diventare tutti un po’ più leader?

Tucidide e Pericle

Leggete la famosa pagina che Tucidide dedica a Pericle, ma anche l’affermazione finale in neretto che è piuttosto significativa:

Pericle, potente per dignità e per intelligenza, notoriamente incorruttibile, controllava il popolo senza minarne la libertà, e non era guidato dal popolo più di quanto lui stesso non lo guidasse; non parlava per compiacerlo, poiché non aveva acquisito il potere con mezzi illeciti ma per via dei suoi meriti, e lo contraddiceva anche sotto l’influsso dell’ira. Quando avvertiva che il popolo era inopportunamente audace per la sua prepotenza, con la parola lo portava al timore; quando invece vedeva che irragionevolmente aveva paura, lo spronava ad aver coraggio.

In sintesi, la democrazia di Atene era tale solo a parole [lógoi men], ma nei fatti [érgoi de] il potere era del primo cittadino.

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Anziani in azienda: un peso o una risorsa?

Un recente libro di Gianbattista Rosa, intitolato “Active Ageing in azienda”, HR Innovation-AIDP, Franco Angeli Editore, €17 – riflette sul quesito posto nel titolo e offre alcuni suggerimenti per trasformare i lavoratori senior da problema a opportunità.

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