Il vero leader deve saper improvvisare tra immaginazione e conoscenza

Alfred North Whitehead

Abbiamo bisogno di una generazione di leader capaci di organizzare l’improvvisazione e di introdurre nuovi approcci per guidare le risorse chiave: persone, organizzazioni strutturate capaci di gestire l’ignoto, meno controllo e più autonomia.

Chi può eccellere nell’improvvisazione? Chi sa inventare nuove risposte, assumere rischi calcolati, anche senza un piano predeterminato, riuscendo a trarre il meglio dagli errori per favorire la nascita di nuove idee e affrontare strade alternative.

L’improvvisazione richiede immaginazione

Come sosteneva Alfred North Whitehead: “La tragedia di questo mondo è che coloro che possiedono l’immaginazione hanno poca esperienza ( i giovani) e coloro che hanno una grande esperienza hanno ormai un’immaginazione infiacchita (i vecchi). Agire basandosi sulla sola immaginazione senza la conoscenza è da sciocchi, agire fissandosi solo sulla conoscenza senza immaginazione è da pedanti. La missione della ricerca è quella di unire insieme l’immaginazione e la conoscenza”.

Un nuovo manager in azienda: il CMO o il CMHO

I leader, oltre a mantenere saldo il proprio equilibrio mentale, hanno anche il compito, non certo facile, di saper gestire quello dei loro stessi collaboratori. La politica aziendale nel prossimo futuro dovrà perciò prevedere un approccio più determinato nei confronti delle questioni relative alla salute – in particolare quella psicofisica – dei collaboratori che operano in azienda.

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Attenti al fascino discreto del “vittimismo”

Passare per “vittime” in qualsiasi circostanza – compresa la guerra – dà prestigio, impone l’ascolto da parte degli altri, favorisce la commiserazione e l’autocommiserazione, promuove il riconoscimento, conferisce uno status, attiva la solidarietà, permette di giudicare in modo assolutamente negativo e senza alcuna attenuante chi ha aggredito, liberando nel contempo la vittima da qualsiasi colpa.

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Lavoro, profitto e denaro

Massimo Recalcati (“La Stampa”, 5 maggio), mette in guardia dal lavoro concepito come «una vera e propria idolatria, quando assume i caratteri di una passione smodata finalizzata non tanto all’esercizio della sua attività, ma al profitto che essa permette di raggiungere. Lavorare, in altri termini, non possiede più un valore in sé, ma solo per quello che consente di realizzare in termini di profitto. In questi casi il lavoro può assumere la forma di una paradossale dipendenza patologica». E, prosegue Recalcati, «come sappiamo bene, la passione per il profitto non conosce limiti. La protervia che sospinge gli uomini a farsi padroni della terra avvelena il mondo»


Umberto Galimberti, dal libro “Dialogo sul lavoro e la felicità”: Oggi viviamo in un mondo basato sul mito del successo e dove solo il possesso di denaro è basilare per consentire una vita felice. Il denaro è il generatore simbolico di tutti i valori. Non sappiamo più che cosa sia giusto o sbagliato, che cosa ci rende felici o infelici, sappiamo solo ciò che è utile e ciò che ci fa guadagnare. Per guadagnare denaro bisogna lavorare o, ancor meglio, far lavorare gli altri e guadagnare sul lavoro altrui. L’uomo non è considerato in quanto tale, ma solo come consumatore e produttore.


Luigino Bruni (“Avvenire”): Alle grandi imprese di oggi non bastano i profitti: vogliono l’adorazione della statua, la devozione al marchio, la genuflessione di fronte alla merce, la fedeltà del consumatore. Perché se il capitalismo fosse soltanto una faccenda di soldi non ci avrebbe occupato da tempo il tempio dell’anima.


Aristotele dice che il denaro non è un bene, ma solo il simbolo di un bene e i simboli non sono ricchezza reale, ma solo convenzionale.

Leadership contemporanea: un’analisi di Mauro Montacchiesi

Dal lungo, articolato e analitico commento del libro “Leadership contemporanea”, svolto dal dottor Mauro Montacchiesi (per conoscere l’autore e le sue numerose onorificenze e realizzazioni editoriali, rimandiamo al sito) ci preme qui estrapolare alcuni spunti interessanti.

“Ugo Perugini esaustivamente tratta il complesso argomento della conversione della struttura organizzativa nelle moderne aziende che, a motivo delle costanti, repentine novità della tecnica, si stanno perspicacemente indirizzando alla volta di una più duttile elasticità, di una maggiore dinamicità, con particolare attenzione a produttività, qualità, sicurezza e ambiente. Perugini valuta dettagliatamente l’istanza, per le imprese, di semplificare le proprie, ormai inveterate procedure, antagonizzando le vigorose riluttanze nel viscoso contesto gerarchico-burocratico. La burocrazia, ossia un cavilloso complesso di farraginose procedure che non origina proficue ottimizzazioni, bensì in modo assoluto ostacola e rallenta la crescita. La gerarchia, di frequente, se non sempre, è incline a consolidare le attività di vigilanza, con una metodologia obsoleta e cristallizzata, a detrimento della capacità di fruttare reddito e di un brioso dinamismo. L’autore postula la valorizzazione professionale dell’individuo e, nel contempo, la necessità cogente di una classe dirigente “responsabile”, “reattiva”, “strategica”: Caput imperare, non pedes. È la testa a comandare, non i piedi. Perugini evoca anche lo snellimento dei processi aziendali interni, nonché concetti quali resilienza, delega, feedback, responsabilità, engagement, finalizzati alla costruzione di team agili e autorganizzati (sue parole). Concetti sacrosanti che, tuttavia, possono essere metabolizzati, per lo più, dalle nuove generazioni, il che implica un rapido svecchiamento delle risorse umane e una egualmente rapida svolta culturale. Ugo Perugini riesamina con criterio essenziale, tuttavia efficace, talune delle basilari metodiche manageriali, proponendole come moderne e adattabili allo scenario concorrenziale in divenire. Altresì, Perugini individua i metodi gestionali leading-edge necessari per una maggior produzione, facendo sforzi minimi. Un impegno notevole e non banale, per l’insieme delle strutture e particolarmente per le loro amministrazioni. C’è bisogno di una giovane classe dirigente, per aggredire inedite difficoltà, per intuire l’appeal di inusitate chance.

Mauro Montacchiesi

E qualcosa che mi riguarda personalmente (starei per dire intimamente) ma che posso condividere senza problemi:

Ugo è provvisto di energia e costanza, a livello sia fisico sia psichico. Possiede pure enorme assiduità e tolleranza nei confronti delle questioni che più lo affascinano. Individualità coscienziosa e attendibile, Ugo si contraddistingue per la considerevole praticità e per una inconfutabile inclinazione al diletto e alla grazia. Ha una predilezione più per la componente edonistica piuttosto che per quella spirituale. E’ un deista, alla Voltaire, ma non un teista.

Ugo possiede un intelletto acuto, perseverante e sensato che ha esigenza di stimolazioni costanti, il che lo ha condotto a esiti intellettualistici certamente stupefacenti. Egli adora le comodità in ogni circostanza; propende a soffocare la rabbia, eppure farebbe meglio, ogni tanto, a lasciarla fluire. E’ positivo e spontaneamente pieno di aspettative nel prossimo. Nutre un grande amore per la cultura e ha consistenti abilità organizzative, da LEADER. Rilevante è il suo coinvolgimento per le comunicazioni, i media e l’informatica, miscelati con una ricercata sensibilità estetica, artistica. In fase adolescenziale, condizionato dalla valutazione altrui, si è posto a disposizione degli altri, immolando un tratto della sua originalità. Per lui risultava peculiarmente essenziale ricevere l’affetto e il consenso degli altri: un essere enormemente delicato e fantasioso. Man mano ha deciso di vivere come persona individuale, fino al completo successo della propria singolarità, risoluto a capeggiare il gruppo. Ugo è audace, battagliero, confidente e colmo d’intraprendenza. Un LEADER, il LEADER, che ha avuto l’ardimento delle personali opinioni, escludendo di aspettarsi qualcosa in permuta, ma che ha sostanzialmente scoperto sé stesso, affermandosi. Il suo Atout in questa vita consiste nel non dipendere da nessuno. “I disapprove of what you say, but I will defend to the death your right to say it”. (Evelyn Beatrice Hall).

Chi volesse leggere il testo integrale può farlo cliccando qui

Adulti adulterati. Non ci sono più i vecchi di una volta

Possiamo proprio ben dirlo. E forse è questo il dramma che danneggia soprattutto i più giovani. I vecchi che non vogliono essere vecchi, che non vogliono più invecchiare, che non vogliono pensare alla morte, cercando di confonderla con sistemi diversi, fingendo di restare giovani, non mollando il potere e le posizioni di privilegio che si sono guadagnati.

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Con lo smart working cambia il senso del lavoro? Remotizzazione = disumanizzazione?

Complice la pandemia e le innovazioni tecnologiche – che hanno imposto il ricorso al lavoro da remoto col fine di mantenere il “necessario” distanziamento sociale – sembra ormai che anche la storia del lavoro umano sia destinata a prendere un’altra strada.

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