I collaboratori si fidelizzano così. Col CRAP

A tutti piace avere soluzioni semplici. Pacchetti pronti di idee da applicare ai vari problemi di lavoro per risolvere situazioni complesse. Spesso sono solo trucchi psicologici per tranquillizzare la nostra coscienza, che contengono delle verità ma che, al di là della banalità della loro esposizione, nascondono cambiamenti e trasformazioni non certo facili da adottare.

Quindi, la soluzione che ci propone Jeff Kortes, scrittore e consulente aziendale, può apparire la solita semplificazione di stampo americano per gestire al meglio i rapporti con i propri collaboratori, sintetizzata in un acronimo dal suono quasi ridicolo – CRAP – ma non privo di elementi di verità, come dicevamo sopra.

In realtà, l’acronimo CRAP deriva dalle iniziali dei termini inglesi; caring, respect, appreciation e praise, cioè cura, rispetto, apprezzamento e lode. Cose che un buon leader dovrebbe sempre riservare ai chi lavora con lui, anche se purtroppo ciò non è sempre vero.

Il Micromanager non è un manager in chiave ridotta, al contrario è chi sa gestire bene il quotidiano!

Dietro ogni parola c’è tutta una filosofia che non si può semplificare a parole. Quello che conta infatti sono i comportamenti, le azioni. Un manager per diventare un buon manager deve cominciare a saper gestire il quotidiano, i piccoli problemi di ogni giorno, sapersi rapportare con gli altri anche di fronte a situazioni meno complesse o addirittura banali, senza mai sottovalutare nulla. Insomma, deve cominciare a diventare un buon micromanager.

Vediamo di illustrare i quattro elementi chiave che fanno la differenza tra un manager amato dai suoi collaboratori e uno solo sopportato.

Caring. I collaboratori hanno bisogno di un capo che si prenda realmente cura di loro. Quando si trovano ad affrontare un problema e chiedono un aiuto hanno necessità che si dia loro ascolto subito. Soprattutto quando le cose non vanno come dovrebbero. Essere presenti è fondamentale e significa ascoltare e parlare con le persone in tempo reale. Mai rimandare a domani perché – guarda caso – è proprio in quel momento che la persona ha bisogno d’aiuto. Più tardi non serve più. Anzi, si rischia di ottenere l’effetto contrario. E’ come dire: ecco, ora ho risolto i miei problemi che erano decisamente più urgenti e importanti dei tuoi e posso dedicarti un po’ del mio tempo prezioso. Questo (anche se fosse vero) crea reazioni negative e poi non aspettatevi che il collaboratore, se dovesse avere ancora bisogno in futuro, vi possa chiedere altro aiuto…

Respect. Tutti sono degni di rispetto e lo meritano fino a prova contraria. Se i collaboratori hanno la minima sensazione che il capo non si fidi di loro o che dubiti della capacità di svolgere il lavoro che è stato loro affidato, il loro apporto sarà molto ridotto e, oltretutto, saranno portati a lavorare male, in maniera approssimativa. Il collaboratore si impegnerà soltanto se il capo mostrerà di credere in lui, e allora sarà disponibile ad accettare consigli e suggerimenti perché sicuro che potranno farlo crescere professionalmente ma anche come persona.

Appreciation. Secondo una recente statistica il 50% dei collaboratori non si sente abbastanza apprezzato dai propri capi. La cosa è preoccupante perché ognuno di noi ha bisogno di avere, di tanto in tanto, una conferma del proprio operato. Basta spesso molto poco per dimostrare gratitudine a chi lavora con te. Una pacca sulle spalle, una stretta di mano, un grazie espresso in modo convincente, che faccia comprendere che il lavoro compiuto non solo non è passato inosservato ma merita un riconoscimento verbale, magari solo qualche parola ma sincera e convincente, non di prammatica. Cosa indispensabile soprattutto oggi in aziende che sono alla ricerca del miglioramento continuo, che comporta un incremento degli sforzi e una attenzione sempre più accurata alla qualità di ciò che si fa.

Praise. L’autore definisce questa parola, che significa lode, una “affermazione positiva che agisce sugli steroidi”. In realtà, la lode è il passo successivo rispetto all’apprezzamento. Entra in funzione quando realmente ci si rende conto che il collaboratore nel suo lavoro ci ha messo l’anima e i risultati ottenuti sono superiori alle aspettative. Il capo che non si accorge che il proprio collaboratore ha realmente fatto una sforzo per raggiungere certi traguardi che, magari, hanno aiutato l’intera organizzazione, e lo ignora rischia moltissimo. Chi si è buttato con passione ed entusiasmo in un lavoro è giusto che raccolga il meritato successo. Vale per il futuro e anche per i colleghi per i quali può rappresentare un esempio da seguire. Se, al contrario, il capo non se ne rende conto, è molto probabile che in seguito il collaboratore si guardi bene dall’impegnarsi più del dovuto.

Cose risapute, stranote? Vero! Ma se il leader saprà applicarle con intelligenza e autenticità potranno rappresentare un vantaggio davvero rilevante anche per l’azienda.

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