La curiosità nei leader: una dote “necessaria”

Richard E. Boyatzis, professore di Comportamento Organizzativo e Psicologia alla Case Western Reserve University di Cleveland

Nella nostra lingua il termine “curiosità” ha un significato ambiguo. Talora, anche piuttosto negativo. La persona curiosa è un “ficcanaso”, uno che non si fa mai gli affari suoi, che spettegola e non possiede la dote della discrezione. Ricordiamo la definizione latina: “libido sciendi non necessaria”.1 Oltretutto, con la parola “curioso” si etichetta anche un comportamento eccessivamente originale e bizzarro di chi è solito infrangere le regole e le consuetudini della vita di ogni giorno.

La rivalutazione della curiosità come atteggiamento positivo ci arriva dagli Stati Uniti e riguarda proprio la figura del leader. In questo caso, naturalmente, per curiosità si intende una “libido sciendi necessaria”, cioè l’atteggiamento positivo di chi non si accontenta di ciò che conosce ma è alla continua ricerca di nuove idee e scoperte. Il vero leader, in altri termini, rifiuta lo “status quo”, ed è fisiologicamente proiettato verso il cambiamento e, di conseguenza, verso il futuro.

Perché la “sana” curiosità è importante?

Perché può favorire i processi di innovazione e rappresentare un vero e proprio propulsore per la vita organizzativa delle aziende. Con il termine “curiosità” intendiamo, infatti, anche il coraggio di sfidare il pensiero corrente, di discutere temi mai affrontati prima, di modificare il proprio atteggiamento, ancorato a consuetudini radicate ma, spesso, tutt’altro che funzionali. In breve, il leader curioso è colui che ha una “mente aperta”, che non considera una minaccia chi la pensa diversamente da lui, ma, al contrario, è disposto al confronto. Anche perché sa che da questo confronto potranno nascere idee migliori e, quindi, anche risultati più soddisfacenti.

Curiosità, a cavallo tra ragione ed emozione

Ci sembra giusto, a questo punto, approfondire il tema facendoci aiutare da chi, come il prof. Boyatzis2 sul comportamento del leader ha scritto numerosi saggi e continua a svolgere interessantissime ricerche dal punto di vista neuro-scientifico. Gli abbiamo posto le seguenti domande.

Come si genera nella mente umana la curiosità?

Come la maggior parte delle esperienze umane ha due componenti fondamentali, una affettiva e l’altra cognitiva. E’ quindi probabile che vengano attivate sia le reti neurali nella corteccia prefrontale (razionalità) che altre reti che coinvolgono il sistema limbico e l’amigdala (emotività).

Cosa succede quando una persona si trova a dover affrontare un problema in modo razionale, concentrandosi su di esso?

Sono stati eseguiti numerosi esperimenti verificando cosa succede quando una persona utilizza il pensiero analitico, ad esempio per risolvere un puzzle. Gli studiosi di “neuroimaging” si sono resi conto che viene stimolata una rete neurale situata nella corteccia prefrontale (che Tony Jack3 chiama “rete analitica”), associata ad aree deputate alla attenzione focalizzata come la corteccia cingolata anteriore.

La curiosità in cosa si differenzia da questo processo?

Curiosità significa, in sostanza, essere aperti a una nuova idea, a una nuova persona, a una nuova emozione e sembra che il processo messo in funzione sia diverso anche perché entra in gioco una componente come la regione cingolata posteriore che è in antagonismo con quella anteriore. In sintesi, la curiosità rappresenta, come afferma lo stesso Jack, una complessa combinazione tra apertura al nuovo (emotività) e attenzione/concentrazione (razionalità).

Nel prossimo articolo un breve test per capire se siete abbastanza curiosi.

[1] De Legibus, Guglielmo di Auvergne.
[2] Richard E. Boyatzis, Ph.D. Interim Executive Director, The Mandel Center for Nonprofit Organizations Distinguished University Professor, Departments of Organizational Behavior, Psychology, and Cognitive Science H.R. Horvitz Chair of Family Business Case Western Reserve University
[3] Tony Jack, collaboratore del professor Richard Boyatzis

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