Self talk: parla con te stesso in terza persona, lo stress diminuirà!

Jason Moser

Dal prof. Jason Moser, professore di psicologia all’Università del Michigan, ci arriva una interessante segnalazione che va a completare un nostro precedente articolo, intitolato Self talk: tu parli con te stesso?

Lo studioso, che vedete nella foto, sta svolgendo, insieme ad Andy Henion, alcune interessanti ricerche sul controllo delle emozioni più stressanti ed è arrivato alla conclusione – che deve ancora essere confermata da altre ricerche in corso – che il semplice atto di parlare in terza persona con sé stessi può aiutare a controllare le emozioni senza richiedere uno sforzo mentale aggiuntivo rispetto a quello che si renderebbe necessario parlando in prima persona, che è il modo in cui le persone parlano tra sé normalmente.

Uno studio, il primo nel suo genere condotto da ricercatori di psicologia presso la Michigan State University e l’Università del Michigan, indica che questo atteggiamento – parlarsi in terza persona – può costituire una forma relativamente semplice di autocontrollo. I risultati sono stati pubblicati online su Scientific Reports, una rivista Nature.

Facciamo un esempio per capirci. Supponiamo che un uomo, di nome Hugo, sia sconvolto per il fatto di essere stato licenziato di recente. Riflettendo semplicemente sui suoi sentimenti in terza persona (“Perché Hugo è così sconvolto?“), Hugo è meno emotivamente reattivo di quando si rivolge a se stesso in prima persona (“Perché mi sento così sconvolto?“).

In sostanza, pensiamo che riferirsi a sé stessi in terza persona spinga le persone a pensare a loro in modo più simile a come pensano gli altri, e la conferma ci viene da verifiche effettuate sul cervello“, ha detto Jason Moser. “Questo aiuta le persone a guadagnare un po ‘di distanza psicologica dalle loro esperienze, il che spesso può tornare utile per regolare le emozioni“.

Lo studio, parzialmente finanziato dal National Institutes of Health e dalla John Temple Foundation, ha coinvolto due esperimenti che hanno rafforzato in modo significativo questa conclusione generale.

In un esperimento, presso il laboratorio di psicofisiologia clinica, i partecipanti hanno osservato immagini sia neutre sia inquietanti e hanno reagito alle immagini analizzandole attraverso l’uso della prima persona e della terza, mentre la loro attività cerebrale veniva monitorata da un elettroencefalografo. Di fronte a foto inquietanti (come un uomo che tiene una pistola puntata alla tempia), l’attività cerebrale emotiva dei partecipanti diminuisce molto rapidamente (entro 1 secondo) quando raccontano mentalmente la loro emozione in terza persona.

I ricercatori MSU hanno anche misurato l’attività cerebrale legata allo sforzo dei partecipanti e hanno scoperto che l’uso della terza persona non era più impegnativo dell’uso della prima persona. “Questo è di buon auspicio per l’utilizzo del self-talk in terza persona come strategia per la regolazione delle proprie emozioni”, ha detto Moser, “perché molte altre forme di controllo delle emozioni, come la consapevolezza e il pensiero positivo, richiedono un impegno e uno sforzo decisamente più consistente”.

Nell’altro esperimento, guidato dal professore di psicologia UM Ethan Kross, che dirige il Laboratorio di Emotion and Self-Control, i partecipanti hanno riflettuto su esperienze dolorose del loro passato usando il linguaggio in prima e terza persona mentre l’attività cerebrale è stata misurata utilizzando la risonanza magnetica funzionale, o FMRI. I risultati sono stati identici.

Questo significa” – ha detto Kross, “che il self-talk in terza persona può costituire una forma relativamente semplice di regolazione delle emozioni”.

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