La motivazione interna si chiama anche ikigai

Ken Mogi

La motivazione è importante per tutti noi, non solo quando dobbiamo lavorare ma anche, e soprattutto, nella vita di ogni giorno, se vogliamo stare meglio; perché la motivazione, cioè avere uno scopo nella nostra esistenza, genera energia positiva che aiuta a raggiungere i nostri obiettivi, aumenta la creatività, la felicità e il nostro benessere mentale e fisico.

Perché il lavoro non dà soddisfazione?

Ognuno di noi ha uno scopo nella vita. Cioè quella molla che ci spinge ad alzarci ogni mattina e che infonde il necessario entusiasmo per affrontare la giornata. La felicità massima è quando troviamo nel lavoro che facciamo il necessario entusiasmo, anche perché il lavoro è l’attività che occupa gran parte della nostra giornata (circa il 78% dei dipendenti spende più tempo al lavoro che in famiglia). Ma, secondo alcune ricerche, solo il 15% delle persone è soddisfatto del lavoro che svolge. Gli altri no.

Forse, è perché il lavoro ha ancora un retaggio negativo che proviene da certe affermazioni bibliche che lo definiscono in modo negativo come sofferenza e punizione anziché come mezzo per la realizzazione di se stessi?

Se il lavoro non ci dà troppe soddisfazioni, cominciamo almeno a dare importanza a quei gesti che compiamo in modo naturale ogni giorno ma che sono preziosi per noi stessi e per gli altri. Facciamo qualche esempio. La gioia inattesa che ci può dare un raggio di sole dopo tante giornate uggiose di pioggia, un caffè caldo in una fredda mattina d’inverno, il sorriso sincero di uno sconosciuto che incontriamo sull’autobus. Poca cosa? Meglio che niente, anche se si tratta di momenti che passano rapidamente.

Ikigai, un carburante esistenziale che possiamo creare da noi

Allora, cosa possiamo fare, per trovare qualcosa che ci dia una motivazione valida? Cerchiamo anzitutto di capire cos’è l’Ikigai, la via giapponese verso la felicità, come dice nel suo libro, Ken Mogi, un neuroscienziato giapponese che ha studiato gli abitanti del villaggio di Ogimi, nell’arcipelago di Okinawa, e avrebbe capito in cosa consiste questo miracoloso “carburante esistenziale” che li fa vivere a lungo e felici.

L’Ikigai è composto da quattro elementi: le cose che ci piace fare, le cose che si sanno fare bene, le cose per cui ci pagano o potremmo essere pagati e le cose di cui il mondo ha bisogno, che giovano al prossimo. Praticamente è una miscela di passione, professione, vocazione e missione.

Quindi, per scoprire qual è il nostro Ikigai bisogna farci una semplice domanda: “Cosa amo fare di più?” e rispondervi con la massima sincerità. L’Ikigai si nasconde proprio lì, in quelle attività nelle quali ci si sente immersi in modo pieno e completo, tanto da non pensare ad altro, né al tempo che passa, né a ciò che ci circonda e che non riguarda questo nostro primario interesse. Lo psicologo Mihaly Csikszentmihalyi lo chiamava “flusso“, Abraham Maslow, “esperienze di punta“, Gian Carlo Cocco, “lo stato di grazia”.

Se alla domanda che abbiamo posto sopra vi sembra di non aver dato una risposta convincente, rispondete a quest’altra domanda, che suggerisce il prof. Sanjay Gupta: “Se i soldi non fossero la cosa principale… cosa dovrei rimpiangere di più di non aver fatto nella mia vita?

A ognuno il suo Ikigai

Si sarà capito che non si può suggerire un Ikigai. Ognuno deve cercare il suo. I residenti nel villaggio di Ogimi, oggetto dell’indagine svolta da Ken Mogi, avevano Ikigai molto modesti: “Svolgere attività di orticultura”, “Stare insieme agli amici”, “Costruire cesti di vimini”.

D’altra parte, l’Ikigai non deve essere per forza di alta qualità (fare ricerche scientifiche, combattere i cambiamenti climatici, ecc.) , basta che quando ci si dedica ad esso ci si senta soddisfatti, appagati. Dice Ken Mogi: “Devi cominciare a trovare il tuo Ikigai nelle piccole cose, e a viverlo hic et nunc (cioè qui e ora)”. “E soprattutto non dare la colpa all’ambiente o alle persone che ti circondano se non trovi l’Ikigai. Merito o colpa sono solo tuoi”.

Qual è il mio personale Ikigai? Rispondo come ha fatto Mogi. Ce lo hai proprio sotto gli occhi. E’ ciò che scrivo, con la speranza che abbia un qualche impatto positivo sulle persone che mi leggono. E se potrò continuare a farlo, ciò non potrà che rendermi felice.

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