La meritocrazia legittima la disuguaglianza?

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Stabilire come e dove si possa applicare la meritocrazia e, soprattutto se sia necessario farlo, non è cosa facile. Da un certo punto di vista, anche le imprese e i mercati non sono ambienti meritocratici, come sostiene il prof. Luigino Bruni (Università Lumsa), perché le scelte avvengono sulla base di informazioni ex ante mentre i risultati dipendono in buona parte da eventi ex post imprevisti e imprevedibili.

Tra gli imprenditori di successo ci sono molti non meritevoli dei successi ottenuti ma premiati solo dal caso e da circostanze fortuite, mentre, al contrario, tra i falliti ci sono molte persone che avrebbero meritato ma che non hanno trovato la situazione favorevole per emergere.

Eppure, se ci pensiamo bene, è proprio il business il principale veicolo di meritocrazia. E la meritocrazia, o la tensione verso la meritocrazia, è diventata, in modo spesso subdolo, una delle conseguenze, quasi una legittimazione etica, della diseguaglianza che, quindi, da male da combattere diventa valore da difendere e promuovere.

Facendo un passo indietro, cerchiamo di capire se il talento di cui una persona dispone sia davvero un merito oppure no; senza dimenticare che, alcuni meriti sono valutati, nella società liberista, secondo obiettivi esclusivamente utilitaristici e opportunistici.

Altro aspetto da non sottovalutare, il talento-merito spesso può essere ricondotto a situazioni pregresse che non dipendono dalla volontà del soggetto: ad esempio, una persona ha genitori ricchi, colti, intelligenti, un altro no; uno nasce in un Paese evoluto, l’altro nel terzo mondo; ecc.

A questo punto, se un sistema sociale tende a premiare chi è già capace, non fa altro che lasciare ancora più indietro i meno capaci, che non sono tali per demerito ma per cause sociali.

I poveri, o chi non ce la fa ad emergere in questa società, però, sono sempre di più visti come scarsamente meritevoli. Se il talento viene considerato come merito, l’equivalenza contraria, cioè demerito eguale colpa, viene naturale.

E se i poveri, o le persone meno fortunate, sono colpevoli, io non mi sento affatto obbligato ad aiutarli. Anzi, diventa naturale lasciarli al loro destino, o, se capita, e a mia esclusiva discrezione, compiere dei gesti di carità, di beneficenza, di solidarietà che mi fanno stare tanto bene con la mia coscienza, senza togliermi i privilegi che ho.

(Lo spunto è stato offerto da un articolo del prof. Luigino Bruni apparso su ”buone notizie” del Corriere della Sera dell’11 dicembre scorso; la foto, liberamente adattata, è tratta da “The Guardian”)

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