Giangiuseppe Pili. Per capire il liberalismo

Crediamo che sia opportuno ospitare anche idee che possono in qualche modo confliggere con quelle che il nostro blog presenta spesso. Anzi. Riteniamo che questo dovrebbe essere il primo compito di chi svolge una funzione comunicativa, per quanto limitata come la nostra.

Abbiamo bisogno di sentire altre campane. Abbiamo bisogno di essere contraddetti. Dobbiamo sempre rimetterci in discussione senza sovrastimare le nostre idee, senza sospettare che chi avanza idee che sono diverse dalle nostre, sia contro di noi. Al contrario: ci offre una bella occasione per riflettere senza pregiudizi e con mente libera su alcuni temi politici importanti. Non sprechiamola.

I termini della questione – Il sistema social democratico deve rispondere per i problemi del sistema non-liberale, non il liberalismo

Cerchiamo di chiarire i termini della questione. In primo luogo, bisogna fare una premessa indispensabile. Il sistema economico attuale, sviluppato storicamente a seguire dalla fine della seconda guerra mondiale, non è di tipo classicamente liberale, ma social democratico. Ovvero, riguardo ai paesi della così detta “Europa occidentale”, non si è mai data una situazione di economia liberale in termini classici e strutturali, ovvero dove lo stato non è stato una parte rilevante, se non centrale, delle attività economiche. Data la natura regolamentare prima del mercato interno ai paesi, e poi tra paesi, non si è mai vissuti concretamente in una condizione liberale pura ma intermedia e ibrida, e a favore del settore pubblico. Questo consegue che qualsiasi stortura del presunto sistema (che chiamerò social democratico solo per comodità) non può essere ascritto che agli stati e alle loro regolamentazioni, e alle visioni politiche che lo hanno reso possibile.

Quindi l’onere della prova non sta ai liberali classici, ma ai social democratici – dal socialismo moderato alle frange della destra conservatrice che, sia chiaro, di liberale non ha mai avuto nulla. Il resto francamente lo voglio lasciar fuori, seppure va pur tenuto presente che se in Italia c’è stata un’unità politica, essa si è giocata sull’unità di principio delle parti politiche verso lo stato. Esso è stato a destra e sinistra il mantra. E infatti la narrativa collettiva è che ogni risposta deve venire dallo stato. Come se fosse una sorta di despota illuminato. E’ evidente che le cose non stanno così.

Questo punto è cruciale perché si accusa il liberalismo economico di imperfezioni che esso non ha, da un punto di vista meramente storico. Che piaccia o no, storicamente, le cose stanno così. L’economia è sempre stata in gran parte pianificata e, comunque, legata alle regole dello stato e alle sue stesse necessità economiche.

Un altro errore classico – Il capitalismo non è un sinonimo per “industrializzazione”

Quando taluni parlano di “fallimenti del capitalismo” o di “problemi ambientali” legati al capitalismo, essi/esse stanno sovrapponendo due concetti differenti. Uno è il sistema produttivo industriale, un altro è in generale il sistema economico di libera impresa e mercato chiamato appunto capitalismo. Il capitalismo non implica l’industria, ma naturalmente la determina spontaneamente. In generale, il capitalismo è il sistema economico fondato sull’iniziativa individuale privata il cui scopo è quello di risolvere problemi concreti attraverso una reciproca cooperazione economica. Quindi, quando si parla di “capitalismo” si dovrebbe intanto ricordare che esso non è una condizione morale, ma economica, e non è un’ideologia o una posizione politica. Essa è una condizione socio-economica determinata dalla libertà di impresa. Quindi, per esempio, parlare di sistema capitalista (di stato) nell’URSS o in Cina è fuorviante perché si tratta di economia di stato dominata dunque dai piani stabiliti da una burocrazia che, tra i suoi mezzi, dispone di ampi impianti industriali. Quindi, l’uso che si fa dell’industria può naturalmente variare. In quanto parte di un sistema di regole e valori, il capitalismo è suscettibile di variazioni nell’ambito dell’interazione economica. Ma queste variazioni, in un sistema puro, dipendono dall’interazione libera tra gli individui e non da enti regolamentatori. Per un approfondimento sulla nozione “pura” di capitalismo, rimando ad un altro post.

Ricchi sempre più ricchi e poveri sempre più poveri

Pongo la stessa domanda in altri termini. La mia altezza è 163 cm, e ciò fa di me un uomo (maschio) basso, rispetto alla media nazionale e (ancor peggio) nord-europea. Rispetto al XIX secolo, l’altezza media è aumentata ma la mia è rimasta molto inferiore alla media. Dovrei dunque pretendere che si taglino le gambe di coloro i quali hanno le gambe più lunghe? Dovrei sostenere che l’ineguaglianza (reale) fisica sia ingiusta perché, ad esempio, pare che le persone più alte abbiano uno stipendio mediamente più alto rispetto ai bassi? O anche solo perché in certi sport non sarò mai nel regno dell’eccellenza? Mi sembra assurdo. Allora, prima di tutto, bisogna stare molto attenti a distinguere l’ineguaglianza di opportunità da quella di risultato. Solo la prima è cruciale. Ma in Italia non v’è mai stata, quindi la postuliamo solo per principio. Ovvero, la condizione in cui si può arrivare tutti agli stessi obiettivi partendo da circostanze più o meno simili. Questo è l’importante. Ottenere ciò che si vuole in base al proprio lavoro come tutti gli altri a condizioni simili date.

Ma supponiamo che io sia nato con cinque case e un mio amico con zero. Mio padre e mio nonno entrambi hanno comprato delle case e me le hanno lasciate in eredità. L’altro mio amico non ha avuto nessun lusso di tal fatta. Ora, l’uguaglianza di opportunità impone che se il mio amico volesse una casa, debba poterla comprare alle mie stesse condizioni. Supponiamo allora che sia io che lui compriamo una casa. Io ne avrò sei, lui una. Questo è illegittimo? Si nasce tutti in condizioni diverse, ma quello che conta è ottenere in base a ciò che si fa a condizioni simili. Non sono nato ricco, ma neanche povero. Non me la prendo con chi ha più di me per questo. Me la potrei prendere, eventualmente, con un sistema di regole che non mi consente di avere la stessa opportunità di azione. Cosa che infatti avviene puntualmente e regolarmente in base a delle regole sancite da nient’altro che lo stato. E’ lo stato che deve quindi dire a chi non ha opportunità il motivo. In quanto tale, il liberale non ha responsabilità di fronte a questo e ha tutto il diritto di chiedere come mai la narrativa politica contemporanea – come nell’Unione Sovietica – usa così tante belle parole. Invano.

La società non ha fini (al plurale)

E’ molto difficile definire cosa è una società e i suoi limiti (chi ne fa parte, chi no). Ma al limite è un insieme discreto di individui che interagiscono tra loro tramite relazioni sociali. Supponiamo che qualcuno mi dia un pugno. Soffrirò per questo, avrò lesioni etc. La sofferenza e le lesioni sono dei risultati fisici e psicologici di determinate interazioni causali. Posso però dare un pugno alla “società”? Posso causarne lesioni fisiche? Solo in senso metaforico, e le metafore sono tal volta pericolose. Quindi, una società non ha una mente condivisa e non ha una coscienza unica. Non prova dolore, non prova emozioni. Per fortuna! Perché se siamo in disaccordo con gli altri, è bene mantenere la legittima distanza e sostenere la propria opinione. La coesione sociale predeterminata unilateralmente è talvolta stata un ostacolo allo sviluppo positivo dell’individuo come ben si sapeva durante l’illuminismo. Essa spinge al conformismo e chiede il silenzio di chi è nel disaccordo. Ma di tempo ne è passato dal XVIII secolo, evidentemente.

La società è una parola utile per identificare un insieme di persone in interazione reciproca. Quindi, strettamente parlando, una società non ha volontà e, come tale, non ha scopo. Solo gli individui hanno uno scopo. Possono anche avere scopi comuni, naturalmente. La necessità pone gli uomini nelle condizioni di vivere di reciproci scambi. Questo vale a qualsiasi livello. Non si può vivere senza la fiducia del prossimo, ad esempio. Questo non è uno scambio economico ma non si può prescindere da esso.

Venendo alla questione dei disastri. Ebbene, la vita umana è dura, limitata e condizionata dalla finitudine di tempo ed energia. Quindi si vive e si vivrà sempre all’interno di questo limite. In un’economia in cui tutto dipende dallo stato in quanto a regole e permessi (e per il settore pubblico letteralmente lo stipendio), mi sia consentito dire che la questione la deve rivolgere appunto ai responsabili pubblici, non ad un sistema liberale che non ha nulla a che fare con quanto abbiamo vissuto di sbagliato e, in gran parte, di quanto vivremo molto presto. Nel bene e nel male. Questo sarebbe come criticare la filosofia kantiana per non aver preventivato una guerra in Africa. Semplicemente, non c’entra niente e Kant non avrebbe l’onere della prova.

Quindi, un liberale sostiene che è interesse del cittadino prendersi cura di sé e del prossimo all’interno di ciò che egli/lei stima giusto all’interno della sua vita. La libertà è il minimo, non il massimo. Il liberalismo non prescrive all’individuo uno scopo, sostiene la sua libertà, ma sostiene anche che la libertà è il minimo comun valore possibile per consentire la migliore delle possibilità: che i cittadini di libero accordo si uniscano per il reciproco interesse per migliorare se stessi e i propri vicini. Questo è lo scopo auspicato, il resto spetta a ciascuno di loro e non a terzi che, presumibilmente, sanno meglio di loro cosa è meglio per loro e che sempre, e puntualmente, falliscono! Verrebbe da ridere, se non si pensasse che è così che si distrugge la ricchezza del presente e la speranza del futuro. Eccoci qua!

Chi è Giangiuseppe Pili?
Giangiuseppe Pili opera presso l’Università della Calabria come parte del comitato tecnico-operativo del Laboratorio di Intelligence ed è parte del comitato editoriale della Società Italiana di Intelligence. E’ ex docente di studi sull’intelligence all’International Master in Security, Intelligence and Strategic Studies (IMSISS) presso la Dublin City University. Ha conseguito un dottorato di ricerca in filosofia e scienze della mente con una tesi sull’epistemologia applicata alla filosofia politica. Ha pubblicato una monografia sulla filosofia della guerra e svariati articoli in riviste internazionali di intelligence e sicurezza. È coautore del libro Intelligence Studies con il prof. Mario Caligiuri. Pili è il fondatore di uno dei più grandi siti web filosofici in Italia (Scuola Filosofica) E’ amante della musica classica, giocatore di scacchi e amante del cinema.

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